L’evoluzione di un territorio attraverso la documentazione a stampa e la documentazione archivistica,

di Luciano Osbat (Viterbo, 16 luglio 2007)

 

 

Come si può studiare un territorio attraverso le sue biblioteche e i suoi archivi?

 

Le biblioteche e gli archivi, in modo diverso, possono essere considerati funzionali al territorio nel senso che contengono documentazione utile per la storia del territorio.

 

Normalmente le biblioteche non sono state create per studiare il territorio anche quando – come nel caso delle Sezioni locali delle biblioteche comunali – tutto un reparto della biblioteca nasce proprio con quel obiettivo. La Sezione locale assolve poi di fatto al compito di introdurre alla storia del territorio, invogliare ad approfondire la storia del territorio: non riesce mai ad essere così completa da consentire di elaborare la risposta a tutti i quesiti. Chi studia la storia locale sa che le risposte alle sue domande solo in parte trovano soddisfazione negli studi che si riferiscono al territorio (che è la missione della Sezione locale); per altra parte sono necessarie le opere che presentano il contesto, sia dal punto di vista istituzionale che dal punto di vista geografico. La storia del comune di Viterbo è monca se non inserita nei rapporti tra Viterbo e la Congregazione del buon governo in età moderna e in età contemporanea nei rapporti tra la Città e la Prefettura, la Giunta provinciale amministrativa, la Commissione di controllo, il Ministero dell’economia.

 

Per gli archivi il discorso è diverso, come vedremo più avanti: essi nascono sempre legati al territorio perché un’istituzione, un’associazione, una famiglia, una persona che sono i produttori di un archivio sono sempre inserite in un territorio. La territorialità è un fatto costitutivo dell’archivio, potremmo dire.

 

Ma se consideriamo la storia della formazione di una biblioteca e dell’avvio di un archivio, allora il rapporto con il territorio diventa più chiaro.

La decisione di costituire una biblioteca in un luogo e in un tempo fa parte della storia istituzionale e culturale di quel luogo in quel tempo. In questo senso possiamo studiare la storia di un territorio attraverso la storia della formazione delle sue biblioteche e della costituzione dei suoi archivi.

 

E’ questo che voglio proporvi, rispondendo positivamente alla domanda fatta all’inizio: ecco come si può studiare il territorio dell’Alto Lazio attraverso la storia delle sue biblioteche e dei suoi archivi.

 

Quali sono le biblioteche e gli archivi che sono presenti nel territorio dell’Alto Lazio? Sarò attento a dare indicazioni bibliografiche utili per l’applicazione di queste informazioni alle vostre realtà territoriali.

Cominciamo dalle biblioteche.

 

Le biblioteche nell’Alto Lazio

 

Per tutta l’età moderna e fino ad Ottocento inoltrato le sole biblioteche presenti nel territorio ed aperte – in qualche modo – alla consultazione da parte di un pubblico assai selezionato di studiosi-fruitori sono state le biblioteche ecclesiastiche.

Tre le tipologie più frequenti di importanti biblioteche ecclesiastiche ricordo: le biblioteche capitolari, le biblioteche dei seminari, le biblioteche dei conventi e monasteri.

Due di queste tipologie richiamano la presenza e la conformazione delle diocesi nell’Alto Lazio: le biblioteche capitolari e le biblioteche dei seminari. Quindi è necessaria una piccola digressione in questa direzione.

 

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Sono molte le diocesi nell’Alto Lazio e subiscono alcuni mutamenti rispetto a quella situazione che è testimoniata dalla carta che vedete che rinvia ad una fonte (le “Rationes decimarum Italiae”) del XIV secolo. Oggi le diocesi nell’Alto Lazio sono cinque (Viterbo, Civita Castellana, Rieti, Sabina e Poggio Mirteto, Civitavecchia-Tarquinia) ma in passato sono state più di venti.

 

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Queste notizie sono una premessa importante per quello che dirò: ogni antica diocesi aveva una cattedrale e la maggior parte delle antiche diocesi hanno avuto – anche se per breve tempo – un seminario.

 

Ogni cattedrale è stata dotata di un collegio di canonici, di presbiteri e di chierici e, in molti casi, costoro hanno dato luogo alla creazione di una biblioteca capitolare, almeno per i capitoli più importanti.

Perché una biblioteca presso queste istituzioni? La trasformazione dei capitoli nel tempo, dal medioevo ad oggi è argomenti di interi corsi di storia o di archivistica speciale. Tra i tratti più rilevanti di questa storia spiccano la funzione di centro della vita cittadina presso le chiese cattedrali; la presenza di una scuola per la formazione del clero ma anche per la formazione dei rampolli delle famiglie altolocate, aristocratiche o borghesi. I canonici sono gli esponenti di spicco della cultura cittadina e le biblioteche che si formano presso le chiese cattedrali sono le biblioteche dei canonici e frutto di altre donazioni che si aggiungono nel tempo a questo sistema di sviluppo della biblioteca.

Il migliore esempio è la Biblioteca capitolare di Viterbo e il suo fondo dell’umanista Latino Latini ma biblioteche capitolari sono presenti anche a Civita Castellana, a Sutri, a Orte e, con dimensioni più modeste, negli altri capitoli.

 

La Guida degli Archivi capitolari d’Italia pubblicata in tre volumi dall’Associazione archivistica ecclesiastica negli anni  2001-2005 ha annotato nelle sue schede la presenza frequente, accanto all’archivio capitolare, della biblioteca del capitolo con quelle ricchezze e quelle potenzialità che sono state segnate sopra.

 

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Un seminario anche per ogni diocesi: così aveva prescritto il Concilio di Trento quando nel luglio del 1563 aveva decretato che “le singole chiese cattedrali, metropolitane, e le altre maggiori di queste, in proporzione delle loro facoltà e della grandezza della diocesi, siano obbligate a mantenere, educare religiosamente ed istruire nella disciplina ecclesiastica un certo numero di fanciulli della stessa città e diocesi o, se non fossero abbastanza numerosi, della provincia, in un collegio scelto dal vescovo vicino alle chiese stesse o in altro luogo adatto” (Sessione XXIII, 15 luglio 1563, Decisioni dei concili ecumenici, a  cura di Giuseppe Alberigo, Torino, 1978, pp. 672-673).

Nell’Alto Lazio i seminari nascono con grande ritardo ed hanno vita difficile: tra i seminari più famosi ci sono quello di Montefiascone che nasce alla metà del XVII secolo e riceve una sistemazione definitiva alla fine del secolo durante l’episcopato di Marco Antonio Barbarigo; quello di Bagnoregio che nasce sempre nel XVII secolo; quello di Acquapendente (del XVIII secolo) e quello di Nepi (del XIX secolo) e poi quello di Viterbo  (che si trascina con difficoltà lungo il XVII secolo per affermarsi nel secolo successivo con i Gesuiti salvo poi entrare in crisi nell’Ottocento); infine  quello di Tuscania (che si sviluppa nell’Ottocento sempre grazie all’apporto dei Gesuiti).

C’è da aggiungere che, alla metà del secolo appena passato, gli studi superiori furono unificati nel Pontificio seminario regionale della Quercia dal nome della località nel comune di Viterbo dove sorge anche il santuario di S. Maria della Quercia e il convento domenicano dallo stesso nome: quel seminario nel Novecento è stato il punto di riferimento per il clero di tutte le diocesi dell’attuale provincia di Viterbo per circa un cinquantennio.

 

Della storia di questi seminari conosciamo ancora poco: quello che ci rimane sono le loro biblioteche, purtroppo nella maggior parte dei casi non ordinate e chiuse al pubblico. Acquapendente, Bagnoregio, Montefiascone, Orte, La Quercia: è un patrimonio di decine di migliaia di libri (prevalentemente del XVII e XVIII secolo) che non è disponibile per il pubblico. Le eccezioni sono rappresentate dalla diocesi di Civita Castellana che ha raccolto a Nepi le biblioteche dei seminari di Civita Castellana, Sutri e Nepi (mentre quella di Orte è rimasta in sede ed è aperta al pubblico) e quella di Viterbo (che vede le biblioteche di Viterbo e Tuscania aperte al pubblico e in fase di nuova catalogazione).

 

La biblioteca è la testimonianza di quello che è stato considerato “cultura” nella vita di un territorio ma anche di quello che era considerato strumentale per la creazione di nuova cultura nello stesso territorio.

Le biblioteche dei seminari sono un esempio chiaro di quanto affermato: la biblioteca del seminario di Viterbo raccoglie testi che la formazione culturale dei professori del seminario del tempo riteneva fossero espressione della cultura ecclesiastica approvata in quel tempo e, tra questi testi, quei professori sceglievano quelli che erano giudicati più funzionali per la formazione che doveva essere impartita. Ma dato che quelle biblioteche dovevano servire in primo luogo per la formazione dei professori del seminario, esse sono anche espressione non solo di quello che doveva essere insegnato ma anche di quello che era giudicato essenziale per la “formazione continua” oggi diremmo degli insegnanti.

Le eccezioni sono gli acquisti di altre biblioteche, le donazioni di biblioteche da parte degli stessi professori, da parte di terzi, ...

Quindi: studiare le biblioteche dei seminari significa ripercorrere e riflettere sulla cultura del tempo durante il quale quei professori hanno deciso come costituire una biblioteca del seminario e  hanno dato corso a queste decisioni.

 

Poi vi sono le biblioteche dei conventi e dei monasteri.

Esse assolvono a compiti tutti interni al convento (sono pochi i monasteri femminili che hanno significative biblioteche; è più facile trovare in questi luoghi delle farmacie molto attrezzate e funzionanti più che biblioteche). La preparazione e l’aggiornamento dei religiosi soprattutto in quelle congregazioni dove la lettura e lo studio avevano grande importanza (Benedettini, Domenicani, Agostiniani, Francescani – in parte – Gesuiti, etc) è affidata alle biblioteche che si vengono a costituire nel tempo. Si viene per questo motivo a formare una biblioteca del convento che si arricchisce dei lasciti dei fratelli che hanno vissuto in quel luogo. Ed è una biblioteca talvolta importante, spesso molto poco ossequiente delle indicazioni che provenivano da Roma come sappiamo dalle indagini compiute da Roma preoccupata delle infiltrazioni eretiche nelle comunità di religiosi;  in un numero troppo grande di casi sono biblioteche disperse nel tempo e qualche volta del tutto scomparse.

Le fasi decisive nella storia delle biblioteche degli ordini religiosi sono state:

-         l’indagine sul patrimonio librario delle congregazioni religiose maschili alla fine del XVI secolo (salvo Gesuiti e Domenicani);

-         la soppressione dei piccoli conventi durante il pontificato di Innocenzo X;

-         i turbolenti anni delle soppressioni napoleoniche;

-         le soppressioni operate dallo stato sabaudo dopo l’Unità.

 

Non è facile ricostruire la presenza di biblioteche di ordini religiosi nel territorio. Un aiuto importante può venire dal Catalogo delle biblioteche d’Italia pubblicato dal Ministero per i beni culturali e ambientali in collaborazione con le singole Regioni nel corso degli anni Novanta. Si tratta di oltre venticinque volumi (al momento) che hanno questa coperta:

 

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Quella vista è la copia del III volume relativo al Lazio dove sono comprese tutte le biblioteche della provincia di Viterbo, anche quelle superstiti di congregazioni religiose presenti sul territorio.

Della ricchezza di quelle biblioteche ci rimane poco: a Viterbo la grande biblioteca di S. Francesco alla Rocca (Francescani conventuali) e la biblioteca del Convento di S. Crispino (Francescani cappuccini). Si sono perse le tracce di un’altra grande biblioteca francescana che stava a S. Maria del Paradiso (Francescani osservanti) e che era ancora visibile sino a pochi anni orsono. Le biblioteche dei conventi domenicani di S. Maria della Quercia e di S. Maria in Gradi non sono più qui (pochissime le testimonianze dell’antica biblioteca dei domenicani della Quercia nell’attuale biblioteca del Seminario della Quercia). Gli agostiniani della Trinità a Viterbo probabilmente hanno una biblioteca interna che non è accessibile al pubblico.

 

Altre biblioteche sono di costituzione più recente e quindi meno interessanti per quello che voglio dimostrare cioè la loro utilità per lo studio del variare della cultura e della vita religiosa in un territorio.

 

Le biblioteche e il territorio: la biblioteca quindi come testimonianza di una cultura presente nel territorio, cultura che è icona e immagine della cultura dell’epoca

 

Attraverso il filo rosso della nascita, spostamento, distruzione di una biblioteca si può seguire buona parte dell’evoluzione di una politica culturale svolta da clero locale, dai professori di un seminario, dai superiori o dai priori dei conventi degli ordini religiosi.

In questo senso la storia delle biblioteche – oltre che la storia  delle vicende politiche e militari e naturali di un territorio – suggeriscono molte ipotesi circa la storia culturale del territorio stesso.

 

Ci sono infine le biblioteche che sono necessarie o che sono importanti per la storia di un territorio ma che sono collocate al di fuori del territorio stesso. Nel caso dell’Alto Lazio, oltre ad alcune grandi biblioteche romane e altre non romane (penso alla Biblioteca vaticana, alle due biblioteche nazionali centrali, alla Bib. Nazionale di Napoli, a quella Palatina di Parma, per fare solo alcuni nomi) vi sono anche biblioteche di minori dimensioni e molto meno famose, sia pubbliche che private, che conservano fondi importanti per la storia di un territorio e per i diversi profili sotto i quali si vuole studiare un territorio:  penso alla Biblioteca di archeologia e di storia dell’arte di Palazzo Venezia a Roma , alla Biblioteca della Fondazione Besso ancora a Roma, alla Biblioteca del Goethe Institut di Roma.

 

Gli archivi nell’Alto Lazio

 

L’archivio esprime ciò che vive e opera  nel territorio a livello di istituzione, associazione, famiglia, singola persona: non è espressione di una scelta culturale (nel senso che non si decide che cosa conservare o no in base a motivazioni culturali). Viene conservato tutto quello che è funzionale alle attività quotidiane dell’ente produttore, all’attestazione dei suoi diritti, alla difesa dei suoi privilegi.

 

E’ per questo che, attraverso la miriade di archivi che sono presenti nel territorio, non ricostruisco la storia culturale del territorio ma ricostruisco tutta la storia del territorio e, in qualche modo, ricostruisco la storia della vita culturale e delle espressioni culturali di un territorio.

 

L’archivio è una realtà unica ed irripetibile. C’è un solo archivio della cattedralke di Viterbo, come cìè un solo Archivio del Patriarcato di Venezia e c’è un solo Archivio Segreto Vaticano. E i documenti che trovo in queste sedi non li trovo in nessun altro archivio.

 

Ma c’è di più: l’archivio dicevo prima è il risultato dell’attività quotidiana, non è il risultato di una scelta. Questa può intervenire successivamente quando voglio decidere se conservare tutto o scartare una parte perché non importante o ripetitiva. Ma nel momento della sua costituzione l’archivio accoglie tutto.

 

E l’archivio, mentre si viene costruendo, a tutto pensa – sempre che gli archivi siano dotati di una intelligenza come gli archivisti sanno – meno che alle domande che a distanza di decenni o di secoli qualcuno gli verrà ponendo in ordine alle necessità e agli interrogativi delle sue ricerche.

 

L’archivio non nasce per la ricerca; è la ricerca che si rivolge all’archivio per capire e per completare i tasselli che mancano.

 

Nonostante questa separatezza nel momento costitutivo, è all’archivio che – in un numero elevatissimo di casi – mi rivolgo quando faccio la ricerca.

 

Nell’archivio sono in grado di trovare le tracce che hanno portato alla costituzione della biblioteca (gli ordini di acquisto, le motivazioni dell’acquisto, la filosofia dell’acquirente), mentre nella biblioteca non troverò mai le ragioni che hanno portato alla nascita dell’archivio (a meno che non si tratti di un libro sulla storia dell’istituzione che ha prodotto l’archivio).

 

Nell’archivio dovrei poter trovare i dati relativi alla committenza che porta alla realizzazione di una chiesa, di un altare, di un affresco, di una statua. Questi manufatti, nella maggior parte dei casi, non portano alcuna indicazione che rinvii all’archivio dove posso trovare le ragioni di quella committenza.

 

Lo stesso rapporto si può istituire tra l’architettura di un palazzo e le decisione della famiglia che lo ha voluto, tra il passaggio di proprietà di un bene e l’atto notarile che lo certifica, tra le scelte di un organo assembleare e le motivazioni che hanno portato a quelle scelte, etc.

 

La biblioteca è espressione di un seminario, della cultura dei canonici della cattedrale, dell’accademia degli Ardenti a Viterbo.

 

L’archivio spiega come e quando sorge il seminario e come vive, chi sono i canonici e cosa fanno, perché e quando sorge l’accademia degli ardenti.

 

Qualche accenno al mondo degli archivi per terminare poi con gli archivi che costituiscono punti di riferimento per la nostra storia, per la storia di questo territorio e delle sue trasformazioni.

 

Il problema di fondo a questo punto è cercare qual è l’archivio che contiene i dati che potenzialmente sono interessanti per me.

E subito dopo, visto che l’archivio non nasce per fornire risposte allo storico, in che modo trattare l’archivio, quali criteri adottare per essere sicuri della possibile utilizzazione di quello che troviamo in archivio.

 

Quell’affermazione che facevo all’inizio – biblioteche e archivi utili per la storia del territorio –quando si parla di archivi si rafforza ulteriormente fino a diventare – archivi come strumenti essenziali insostituibili per la storia del territorio –

 

Si intende ovviamente una storia delle istituzioni, delle associazioni, delle famiglie e delle persone che hanno prodotto archivi e attraverso la loro storia si arriva ad  una storia politica, sociale, economica, culturale, religiosa delle popolazioni che sono vissute in quel territorio.

 

Gli archivi cardinali per la storia di un territorio:

 

-         per la storia moderna gli Archivi di Stato e gli Archivi delle Sezioni di Archivi di Stato perché tutta la documentazione prodotta dagli organismi che sono i precursori dell’attuale apparato della burocrazia dello Stato e la documentazione dell’attuale struttura periferica dello Stato sono depositati per legge lì;

-         gli archivi diocesani e gli archivi capitolari perché tutta la documentazione prodotta dalle diocesi e dalle chiese cattedrali , oltre a gran parte delle istituzioni religiose soppresse (ma appartenenti al territorio di una diocesi) sono state trasferite in quei luoghi:

-         gli archivi dei conventi e dei monasteri;

-         gli archivi comunali;

-         gli archivi degli enti pubblici territoriali (Camere di commercio, Aziende sanitarie Locali, Comunità Montane, etc.)

-         gli archivi delle famiglie patrizie;

-         gli archivi delle associazioni laicali (confraternite e opere pie);

-         gli archivi dei singoli privati

 

Un patrimonio enorme che attende ancora di essere per gran parte ordinato e studiato.

 

Il primo problema è come trovare gli archivi che ci interessano.

Per gli Archivi di Stato negli anni Ottanta fu pubblicata una Guida che ora è largamente superata; le informazioni più aggiornate si ricavano dalla consultazione del Ministero per i beni e le attività culturali, Settore Archivi (www.archivi.beniculturali.it) dove trovate il link a tutti gli Archivi di Stato sparsi per l’Italia e l’indice della documentazione posseduta da quegli archivi (e qualche volta molto di più dell’indice) oppure i collegamenti con le Soprintendenze archivistiche che vi danno indicazioni sul patrimonio archivistico da loro sorvegliato e sulle iniziative di divulgazione delle conoscenze in atto.

Per gli archivi degli ecclesiastici non siamo a questo livello di informazione. Oltre la Guida degli Archivi capitolari di cui vi ho già detto, c’è la Guida degli Archivi diocesani d’Italia, in tre volumi, anch’essa promossa dall’Associazione archivistica ecclesiastica che  può essere utile come prima informazione.

 

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Alcune Regioni infine hanno promosso dei portali o pagine dedicate agli archivi del loro territorio che sono stati ordinati e che sono disponibili per la consultazione com’è il caso della Lombardia  nel portale che si chiama Lombardia storica (www.lombardiastorica.it).

 

Questo è il campo di lavoro quotidiano della nostra Facoltà e dei nostri studenti dell’area biblioteconomica ed archivistica. Catalogare biblioteche ed inventariare archivi e diffondere le notizie di questo lavoro a beneficio di tutti.

 

Chiudo proprio con un esempio di censimento del lavoro di ordinamento degli archivi e di divulgazione dei risultati per un territorio ampio che ruota intorno a questa nostra Facoltà di conservazione dei beni culturali, censimento che abbiamo presentato nel corso di un convegno che si è svolto in quest’aula nel passato settembre e di cui rimane traccia anche nel sito del Centro di ricerche per la storia dell’Alto Lazio che era uno degli enti promotori dell’iniziativa: http://www.centroricerchealtolazio.it/Archivipubblicieprivati/Locandinaintroduttiva.html.

 

Vi ringrazio per l’attenzione. Mi auguro di essere stato di una qualche utilità.