Il Centro diocesano
di documentazione per la storia e la cultura religiosa a Viterbo,
di Luciano Osbat
Appunti per la
relazione letta in occasione dell’inaugurazione del CEDIDO (Viterbo, 26 maggio
2004)
Schema
1. Il
significato del nome
2. Le
raccolte documentarie e la loro storia
3. Le
prospettive di lavoro
Questo
che si inaugura oggi a Viterbo è il Centro diocesano di documentazione per la
storia e la cultura religiosa. A complemento del titolo, nella intestazione ufficiale,
è riportato quanto segue, in rigoroso
ordine alfabetico: “Archivio capitolare, Archivio diocesano, Biblioteca
capitolare, Biblioteca del seminario interdiocesano di Viterbo e Tuscania”.
Questo
titolo articolato sta a significare che
il Centro diocesano di documentazione –d’ora innanzi userò questa forma
abbreviata – nasce come conseguenza dell’unione di istituti diversi che hanno
raccolto, nel tempo, un patrimonio di documentazione proveniente da differenti
produttori. L’Archivio diocesano e l’Archivio capitolare, come dirò più
dettagliatamente in seguito, non sono due archivi ma sono due sistemi
archivistici nel senso che, nel tempo, hanno aggregato una serie di archivi che
si sono aggiunti al nucleo originario costituito dall’archivio della Curia (nel
caso dell’Archivio diocesano), dall’archivio del Capitolo (nel caso
dell’Archivio capitolare). Nell’uso corrente si è continuato a chiamare
Archivio diocesano non l’archivio che era il risultato dell’attività della
Curia episcopale (nel tempo diventata Curia diocesana) ma l’archivio che
accoglieva in sé la documentazione che era stata prodotta da differenti enti ed
associazioni che erano o erano stati parte della Diocesi di Viterbo come le
parrocchie, le confraternite, i seminari, gli ospedali, i conventi e monasteri.
Lo stesso processo ha riguardato quello che noi abbiamo chiamato sino ad oggi
Archivio capitolare e che, nel corso del tempo, ha messo insieme carte diverse
da quelle che riguardavano l’amministrazione e l’attività del Capitolo.
Per questi due archivi è avvenuto qualcosa di simile a quello che
caratterizza abitualmente un Archivio di Stato che è luogo di raccolta delle
carte prodotto da uffici diversi dell’Amministrazione dello Stato che sono
presenti in un determinato territorio e, in subordine, è luogo di raccolta
degli archivi storici di enti pubblici soppressi e di enti pubblico che non
sono in condizione di conservare adeguatamente il loro patrimonio documentario
e infine è luogo di raccolta di archivi privati perché donati o depositati.
Come l’Archivio di Stato è un sistema archivistico, anche l’Archivio diocesano
e l’Archivio capitolare sono divenuti nel tempo sistemi archivistici.
Quando
si è presentata la possibilità di concentrare in una unica sede questi due
sistemi archivistici oltre al patrimonio di documentazione rappresentata dalla
Biblioteca capitolare e dalla Biblioteca del seminario interdiocesano di
Viterbo e Tuscania – a seguito degli innovativi progetti di nuova utilizzazione
degli spazi all’interno del Palazzo dei Papi voluti e perseguiti da mons.
Lorenzo Chiarinelli – una questione che è stata sollevata è stata quella della
denominazione che si doveva dare alla nuova istituzione che si era venuta a
creare. Il suggerimento che è stato accolto è stato quello di dare un nome alla
nuova istituzione che esprimesse la funzione che questa nuova istituzione era
chiamata a svolgere, una funzione completamente diversa da quella che ciascuna
delle entità confluite ora qui era stata in grado di assolvere.
Nasce
così il Centro diocesano di documentazione per la storia e la cultura
religiosa. Quello che è stato raccolto in questa prestigiosa sede è la
documentazione prodotta nel tempo da oltre un centinaio di enti, istituzioni,
uffici, persone diverse – tutte però in qualche modo collegate con la presenza
e le funzioni proprie della Diocesi di Viterbo - documentazione che si auspica possa e debba servire per conoscere
e capire la storia e la cultura religiosa di questo territorio.
Studiare
questa documentazione servirà in primo luogo anche ad approfondire la storia
degli enti che l’hanno prodotta: sapremo di più in futuro sulla storia dei
vescovi, della Curia, delle parrocchie, delle confraternite, del Capitolo.
Ma
questa documentazione servirà soprattutto ad aprire nuove finestre sul passato
della vita, dei costumi, della fede, della cultura del popolo della Tuscia:
consentirà nuovo slancio alle ricerche storiche, offrirà innumerevoli occasioni
agli studiosi di storia dell’arte , di storia della Chiesa e a tutti gli
studiosi di scienze umane e sociali di
approfondire questioni sino ad ora poste ma non verificate, offrirà
l’occasione per la formulazione di nuove ipotesi di ricerca, consentirà
soprattutto agli ecclesiastici ai laici impegnati di conoscere quella storia
dello loro Chiesa locale che è tale anche (e talvolta soprattutto) per quello
che essa è stata nel passato.
E’
per questa serie di ragioni che il nome che è stato scelto viene ad
identificare con chiarezza una entità del tutto nuova rispetto a quelle che
hanno contribuito a costituirla e soprattutto nuova per le finalità che si
propone e che è in grado di perseguire.
Il
Centro diocesano di documentazione ha cominciato a muovere i primi passi nel
luglio-agosto 2003 quando è avvenuto il trasferimento delle carte che erano
conservate nell’Archivio diocesano, all’ultimo piano del Palazzo dei Papi, e
quelle che erano state poste in centinaia di scatole e che raccoglievano la
documentazione dell’Archivio e della Biblioteca del capitolo.
Nei
primi giorni di ottobre 2003, con la collaborazione di volontari, laureati
nella Facoltà di conservazione dei beni culturali, è stato avviato un primo
riordinamento delle carte conservate nell’Archivio diocesano, operazione che è
proseguita poi con l’apporto di studenti della stessa Facoltà che svolgevano
qui il loro tirocinio didattico previsto dalle nuove norme sulla riforma degli
studi universitari e di altri studenti che redigevano la loro tesi di laurea.
Da
quella data ad oggi sono stati presenti nel Centro diocesano di documentazione
quindici tra volontari, tesisti e tirocinanti, tutti impegnati nel lavoro di
ordinamento, schedatura, definitiva inventariazione degli archivi e dei fondi
che costituiscono l’Archivio diocesano. Sono state completate due tesi di
laurea che avevano come oggetto l’inventariazione informatizzata di parte di
due serie documentarie (Stefano Chiappini, La serie “Sacre ordinazioni”; Ilaria
Ballarotto, La serie “Registri matrimoniali”); sono in corso altre tesi di
laurea e tesi di laurea di specializzazione e sono stati completati gli
inventari informatizzati delle serie “Visite pastorali” (Federica Bucca),
“Bolle e decreti” (Marco Pompilio), “Registri delle messe celebrate” (Marco
Pompilio, Elisa Angelone, Gilda Pannuti); è stato avviato il lavoro di
informatizzazione delle serie “Confraternite” (Federica Bucca, Claudia Scivola,
Vanessa Rumori), degli “Stati delle anime” (Luisa Bastiani, Gilda Pannuti)
mentre è nella fase di ordinamento il lavoro sulle serie dei “Documenti
giudiziari” (Silvia Scivola, Nicoletta Cimino, Gilda Nicolai), .dei fondi che
costituiscono gli “Archivi dell’Azione Cattolica” (Ilaria Testa, Monica
Scarpato), della serie “Documenti giudiziari del XIX secolo” (Debora Favilli).
E’
stato avviato anche il riordinamento delle carte dell’Archivio del Capitolo
(Gilda Nicolai) al fine della relazione della scheda che comparirà nel prossimo
volume della Guida degli archivi capitolari d’Italia promossa
dall’Associazione archivistica ecclesiastica. Si è cominciato un lavoro di
catalogazione informatizzata dei libri e dei periodici che sono in
consultazione a disposizione dei frequentatori della sala di studio (Arianna
Rocchi).
Come
potete giudicare dai nomi e dagli elenchi che ho presentato, si tratta di un
lavoro di grande respiro, certamente straordinario nella storia dell’Archivio
diocesano e delle altre strutture di documentazione. Ed è solo l’inizio di un
progetto che durerà alcuni anni e che alla fine consentirà di conoscere per
filo e per segno la documentazione archivistica e bibliografica che è conservata
dal Centro diocesano di documentazione e di metterla a disposizione degli
studiosi e di tutti i cittadini.
A
questo punto però è opportuno che vi dica qualcosa di più circa la storia e la
natura del patrimonio di documentazione che ora è gestito dal Centro diocesano
di documentazione.
a. L’archivio
diocesano e l’archivio capitolare
Le vicende che si collegano
all'evoluzione del ruolo del vescovo, all'interno della diocesi che gli è
affidata, rendono probabile la creazione di un archivio episcopale nel momento
in cui si precisa la sua funzione di governo e tale funzione comporta la
creazione di un ufficio al quale il vescovo demanda la produzione della
documentazione pubblica e la raccolta degli atti che certificano i diritti e i
privilegi della sua chiesa: tale ufficio è la curia episcopale.
Questo processo è servito anche per indagare la storia
della formazione e della prima organizzazione dell'archivio episcopale della
diocesi di Viterbo, superando il dato offerto dalla bibliografia corrente che
collega la prima notizia sull'archivio alla visita apostolica di Alfonso
Binarino nella seconda metà del XVI secolo.
Giuseppe Signorelli, il più noto storico della chiesa viterbese,
dice che il Binarino, nel corso della visita apostolica effettuata nel
1573-1574 anche a Viterbo e sua diocesi, ha provveduto a riorganizzare il
funzionamento del Capitolo della cattedrale di S. Lorenzo disponendo, tra
l'altro "che s'istituisse l'archivio capitolare, ove si conservassero i
privilegi e gli atti e documenti riguardanti non solo la cattedrale, ma la
storia altresì del vescovato"[1]. Oggi
possiamo correggere in parte questa valutazione del Signorelli dicendo che,
quello istituito in quella data, era l'archivio corrente del Capitolo e della
Curia e che la finalizzazione di questi archivi era la migliore organizzazione
dell'amministrazione di quegli istituti e non la raccolta dei documenti per la
storia della chiesa viterbese. In questo quadro trova esatto significato
quell'altra notizia dello stesso
Signorelli che dice, in altra parte della stessa opera, che l'archivio della
cancelleria vescovile era stato istituito con decreto della Sacra Congregazione
del Concilio del 21 maggio 1645, per iniziativa del vescovo Brancaccio[2].
In questo caso è più probabile che si tratti di un archivio che non assolve più
solamente alla funzione di archivio corrente ma anche di archivio della
documentazione che deve fare "publica fides" così come l'archivio della comunità o l'archivio
notarile presente nella città di Viterbo. In un certo senso è il documento di
consacrazione ufficiale di un vero e proprio archivio storico anche se la
"storia" alla quale rinvia quell'archivio non è la storia degli
storici ma la storia della chiesa viterbese, che garantisce la vita e i diritti
della chiesa viterbese del vescovo-cardinale Francesco Maria Brancaccio.
L'intervento del Binarino era stato più ampio di quanto
indicato dal Signorelli e se il suo fu il primo di cui sia rimasta più ricca
documentazione, certamente anche in precedenza il problema della conservazione
delle carte di pertinenza del Capitolo della chiesa cattedrale e quelle del
vescovo e della sua curia fu oggetto d'attenzione da parte dei vescovi viterbesi.
L'archivio episcopale viterbese nei documenti anteriori al
Concilio di Trento
Indicazioni dirette che rinviano all'esistenza di un
archivio episcopale sono offerte, com'è ormai noto da quanto detto in
precedenza, da quasi tutti i testi sinodali, anche da quelli pretridentini. Non
sono molti i documenti pretridentini già studiati e riferiti alla diocesi
viterbese[3]:
quello più conosciuto è il sinodo inedito celebrato dal vescovo di Viterbo e
Toscanella, Niccolò III, il 20 maggio
1356, nella chiesa di San Sisto di Montalto. Il testo al quale faccio
riferimento è la copia conservata nell'Archivio capitolare di Viterbo: è un
testo incompleto, redatto probabilmente nel XV secolo e già appartenuto
all'Archivio della chiesa di Sant'Angelo in Spata di Viterbo: è di non facile
lettura anche per i numerosi errori che sono stati fatti dal copista[4].
Il testo contiene un riferimento diretto all'archivio
episcopale di Viterbo quando afferma la necessità di difendere la giurisdizione
del vescovo di Viterbo sul castello di Bagnaia nel temporale e nello
spirituale, dominio cominciato nel 1202 durante il pontificato di Innocenzo III
e l'episcopato del vescovo Raniero[5], come si poteva leggere in un "publicum
documentum quod in Archivum dicti episcopatus ad perpetuam rei memoriam cum
predictorum possessione pacifica recondita esse constat"[6].
Tale giurisdizione è ora minacciata dal Comune di Bagnaia e il vescovo annuncia
la scomunica contro coloro che si oppongono al suo diritto e minaccia
l'interdetto sino a tanto che egli non sarà rimesso nel pieno esercizio dei
diritti sia nello spirituale che nel temporale[7].
Nel sinodo sono numerosi poi i passi nei quali si accenna a documenti di competenza del
vescovo e ad altri che devono essere presentati al vescovo o al suo vicario per
confermare l'esistenza di benefici, donazioni, lasciti, diritti, privilegi
detenuti da ecclesiastici e da laici della diocesi.
Il sinodo, come ho ricordato prima, è incompleto: manca
una delle cinque "Distinctiones", probabilmente l'ultima, mentre si
pur supporre che anche la quarta non sia completa. Non si pur escludere che tra
i capitoli che non possiamo leggere vi fosse qualche accenno diretto al luogo e
alla struttura che doveva essere deputata alla conservazione di tutta quella
documentazione che lo stesso sinodo richiedeva e quella che il sinodo indicava
come normale per regolare i rapporti tra il vescovo e i suoi diocesani. Ne
indico qui i tipi principali, così come si pur leggere nei diversi capitoli
delle "Distinctiones":
- le licenze concesse dal vescovo o dal suo vicario per
la vendita di suppellettili ed arredi di propriet` delle chiese (Distinzione I,
cap. 1), per il ricorso alla giurisdizione secolare (cap. 1), per autorizzare l'assenza superiore ai quindici giorni dalla
parrocchia per motivi personali (cap.
4);
- gli editti e le costituzioni del vescovo, i testi
sinodali (Distinzione I, cap. 3);
- gli attestati relativi ai privilegi posseduti o alle
attività svolte che giustificano l'assenza dalla parrocchia o dall'esercizio
dei doveri connessi con il beneficio di cui si è titolari (Distinzione I, cap.
4);
- i certificati di sospensione dal godimento dei
benefici ecclesiastici (Distinzione I, cap. 4);
- le dispense dall'obbligo della residenza anche per i
chierici titolari di beneficio (Distinzione I, cap. 5);
- le dispense per le ordinazioni di chierici della
diocesi da parte di vescovo di altra diocesi (Distinzione I, cap. 6);
- gli attestati di rientro nell'ordine religioso di
appartenenza per coloro che lo avevano abbandonato (Distinzione I, cap. 7);
- gli attestati che dimostrano la legittimità dei titoli
dei benefici posseduti e
dell'investitura di una funzione ecclesiastica ("rectoriam plebaniam et
canonicatum") di tutti i chierici e i preti (Distinzione I, cap. 8);
- le lettere di commenda per i chierici e i curati che
hanno benefici in commenda (Distinzione I, cap. 8);
- le sentenze di scomunica contro coloro che occupano
abusivamente beni di proprietà della chiesa (Distinzione I, cap. 9 e 18);
- le licenze ai sacerdoti extradiocesani per le
celebrazioni liturgiche in diocesi (Distinzione I, cap. 10);
- le licenze per amministrare i sacramenti ai non
parrocchiani (Distinzione I, cap. 13);
- l'elenco di quei parrocchiani che omettono di confessarsi e comunicarsi almeno una volta
l'anno (Distinzione I, cap. 14);
- la licenza per celebrare e amministrare i sacramenti
nella chiesa di Santa Maria di Capodimonte, nei confini della diocesi di
Tuscania (Distinzione I, cap. 17);
- la licenza di dispensa dal sinodo (Distinzione II,
cap. 2);
- la citazione degli inquisiti e degli accusati
(Distinzione III, cap. 2);
- gli editti affissi nei luoghi pubblici quando la
citazione non è possibile (Distinzione III, cap. 2);
- la licenza di presentare un'accusa nel foro episcopale
(Distinzione III, cap. 12);
- l'attestazione della pace fatta dall'accusato con la vittima o il suo erede (Distinzione III,
cap. 28);
- la documentazione che attesta l'impedimento a dare
esecuzione al testamento nei termini imposti (Distinzione III, cap. 36);
- la licenza del vescovo ai curati che vogliono fare
testamento (Distinzione III, cap. 37);
- la licenza del vescovo per dare esecuzione alle
disposizioni testamentarie (Distinzione III, cap. 38);
- i giudizi e i legati da parte dei chierici della diocesi
(Distinzione III, cap. 43);
- gli attestati sulla vita di coloro che sono defunti
prima di seppellirli (Distinzione III, cap. 44);
- la licenza ai presbiteri e chierici di procedere alla
sepoltura in altre parrocchie (Distinzione III, cap. 45);
- la licenza del vescovo e del vicario ai curati prima
di seppellire un parrocchiano in chiesa (Distinzione III, cap. 46);
- la licenza del vescovo per poter seppellire gli usurai
(Distinzione III, cap. 51);
- le petizioni al vescovo nelle cause di usura (Distinzione
III, cap. 53);
- la documentazione relativa alle cause di usura avviate
dal giudice secolare (Distinzione III, cap. 54);
- le dispense del vescovo per i matrimoni irregolari
(Distinzione IV, cap. 1);
- la licenza del vescovo per sentenze emesse dai vicari
nelle cause matrimoniali (Distinzione IV, cap. 2);
- l'approvazione delle costituzioni delle chiese
collegiate e dei capitoli delle cattedrali (Distinzione IV, cap. 5);
- la licenza del vescovo per le vendite e gli affitti in
perpetuo o per lungo tempo dei beni ecclesiastici (Distinzione IV, cap. 7);
- le notificazioni fatte a coloro che occupano beni
ecclesiastici ricevuti per acquisto o per affitto non autorizzato (Distinzione IV, cap. 7)[8].
Quelli raggruppati in questo elenco sono documenti di valore
molto diverso: in qualche caso si tratta di norme generali sul governo della
diocesi (i sinodi) o delle singole chiese locali (le regole dei capitoli delle
chiese cattedrali, le costituzioni delle chiese collegiate), in altra occasione
si tratta di attestati e di licenze per questioni molto particolari, legate
alla situazione di una singola persona e per una singola questione. In genere
si pur osservare che vi è una netta prevalenza di atti che riguardano la
titolarità, la gestione, la conservazione del patrimonio ecclesiastico, del
patrimonio riferito a ciascun beneficio ecclesiastico. Seguono subito dopo i
documenti che riguardano la difesa della giurisdizione episcopale e la
possibilità di esercitarla pienamente, difesa ed esercizio che possiamo immaginare
siano contestati o limitati sia da parte del clero e dei chierici sia dalle
altre autorità che esercitavano il potere sullo stesso territorio (i magistrati
feudali e le magistrature comunali ad esempio). Mi pare che tutti offrano una
indicazione interessante circa lo stato della giurisdizione e dei poteri del
vescovo nella fase di passaggio che caratterizza la storia di questi territori,
nello Stato pontificio, tra XIV e XVI secolo: e il discorso potrebbe valere
probabilmente anche per altre diocesi e per altri territori.
Per quanto riguarda gli altri sinodi pretridentini
riferiti alla diocesi di Viterbo e Tuscania non ci sono rimasti testi (ma solo
frammenti) sui quali condurre indagini analoghe a quella fatta per il sinodo di
Montalto ma è certo che si possono ipotizzare considerazioni dello stesso tipo
di quelle fatte in precedenza: tutte le regole che vengono emanate
dall’istituzione diocesana per il suo miglior funzionamento contengono
inevitabilmente riferimenti a documentazione che doveva essere conservata e
quindi, anche quando di archivio non si parla, c’è sempre un archivio alle
spalle del processo di riorganizzazione. Questa osservazione vale per
l’istituzione diocesana ma vale anche per le altre organizzazioni che, in
questo momento, sono in fase di riposizionamento in rapporto al nuovo potere
delle monarchie nazionali (e, nel centro Italia, dello Stato pontificio) alla
nuova autorevolezza dei vescovi nelle loro diocesi, alle altre associazioni
dotate di autonomia perché dotate di potere.
Un esempio
per tutti può essere quello offerto dalle “Constitutiones” date da Bartolomeo
Vitelleschi, vescovo di Corneto, al capitolo della sua chiesa cattedrale dopo
avervi compiuto la visita episcopale, nel luglio 1463. Sono 73 capitoli che
regolano ogni aspetto della vita del capitolo, con un’attenzione più evidente
per le questioni della vita amministrativa dell’ente ma con grande attenzione
anche agli aspetti della vita liturgica: “Quegli articoli realizzarono un
meccanismo perfetto di funzioni, ricompense e sanzioni indirizzate al numeroso
clero rigidamente ordinato in gerarchia (un capitolo di dodici canonici
sottoposti all’autorità dell’arcidiacono Battista Vitelleschi) per lo
svolgimento del servizio liturgico e di tutte le mansioni ed incombenze connesse.
Tutto venne previsto e ordinato con la massima precisione: ben 12 articoli
definirono le funzioni del sacrista, che deve assicurare anche materialmente la
celebrazione dei riti, e del punctator
incaricato di segnalare le infrazioni degli altri canonici”[9]. I
riferimenti ai documenti che debbono essere redatti e conservati per la
migliore organizzazione della vita del capitolo sono numerosi e circostanziati:
-
il puntatore deve
registrare in un libro le assenze dei canonici dai loro doveri per riferirne alla
fine di ogni mese ai Procuratori e al Camerlengo;
-
il sacrista dovrà avere
un inventario di tutti gli arredi, i paramenti, i calici, i libri, le reliquie
della chiesa, inventario che dovrà tenere continuamente aggiornato;
-
il camerlengo dovrà fare
un inventario di tutti i beni mobili ed immobili della chiesa, un libro con le
“recognitiones” dei beni e delle proprietà, un libro con l’annotazione dei
redditi e delle spese, dei creditori e dei debitori, un libro infine con le
locazioni di case e proprietà;
-
i canonici dovranno
tenere un libro per registrare i lasciti e gli obblighi di Messe;
-
il capitolo generale
(che si tiene una volta l’anno) dovrà controllare l’inventario dei privilegi,
degli strumenti, delle scritture, delle proprietà, i conti del “procuratore
della fabbrica” della chiesa, l’inventario del sacrista, dovrà scegliere il
notaio al quale affidare la redazione degli atti[10].
E il capitolo LIIII (“De custodia scripturarum et sigilli”)
indica come le scritture del capitolo debbano essere conservate: in una cassa
sufficientemente grande, di noce buono e solido, con tre diversi vani e chiavi
e in essa si dovranno riporre tutte le scritture e la cassa sarà conservata in
un locale idoneo della cattedrale[11].
Una pista
interessante di ricerca è quella di ritrovare le testimonianze della
documentazione che le singole istituzioni ritenevano necessario conservare a
tutela dei loro diritti e dei loro privilegi: si avrebbe in questo modo, per
quanto interessa questa ricerca, una indicazione precisa circa l'avvio della
formazione di un archivio corrente ma contemporaneamente si giungerebbe a poter
confrontare quale tipo di documenti (e quindi quali diritti e quali privilegi)
venivano considerati come fondamentali per la sopravvivenza e per l'autonomia
della istituzione.
L'archivio episcopale,
l'archivio capitolare, l'archivio della Curia nella diocesi di Viterbo.
All'indomani del Concilio di Trento si svolge a Viterbo
un sinodo diocesano voluto dal vescovo Sebastiano Gualterio che non fa parola
dell'archivio pur se contiene riferimenti ad un luogo presso il Vescovo e il
suo Vicario dove le carte che parlano di legati destinati alla Chiesa e quelle
che testimoniano del soddisfacimento del precetto pasquale devono essere
conservate. Dice infatti:
"Parrocchi scire curent, quin aliquos testabilis in eorum Parrocchia morit, an testamentum
condiderit, et legatum aliquod pium fecerit, et notam omnium legatorum cum nomine
Notari rogati tradat nostro Vicario infra terminum octo dierum a morte
testatoris sub poena unius scuti.[… ] Praecipimus et mandamus omnibus et
singulis curatis totius nostrae diocesis, ut singulis annis post festum
Ascensionis ad nos transmittant notam de descriptione eorum quo tempore
Paschali Sacramentum poenitentiae et Eucharistiae non susceperint, ut de eis
quid agendum sit, deliberare possimus.
Eisdem curatis
praecipimus ut quolibet anno per tres dies dominicos per tribus canonicis
monitionibus moneant sub poena excommunicationis omnes et singulos Notarios, ut
notam omnium et singulorum piorum legatorum de quibus ipsi rogatores fuerint,
nobis aut Vicario nostro dare debeant, qui si non paruerint quarta Domini ea sequenti non parentes
excommunicent et excommunicatos pronuncient prout nos eosdem per praesentes
excommunicamus."[12]
E' di dieci anni più tardi il riferimento agli archivi
che è contenuto nei documenti della visita di Alfonso Binarino, già ricordato
in precedenza. Il Binarino prima di percorrere la diocesi di Viterbo era andato
a Tuscania e nella diocesi di Castro[13];
poi, cominciando da Barbarano, da Blera e da Vetralla, era entrato in quella di
Viterbo che aveva percorso tutta, con alcuni intervalli dedicati agli altri
incarichi ricevuti dalla Curia romana oltre che all'occupazione della diocesi
di Rieti e poi di Camerino[14].
Nel gennaio 1574, dopo la visita alla cattedrale di S.
Lorenzo, egli intervenne sul tema della conservazione dei documenti e
prescrisse che, al fine di evitare la dispersione del patrimonio ecclesiastico,
si procedesse alla conservazione dei documenti, gli "instrumenta" di ogni tipo che ne attestavano
l'esistenza. Si doveva avviare la realizzazione di un archivio, presso la
chiesa cattedrale di S. Lorenzo, che avrebbe raccolto le testimonianze di "bona
jura actiones census redditus et nomina debitorum" per tutte le chiese,
luoghi pii e benefici di ogni tipo dell'intera diocesi. Entro tre mesi i
titolari di chiese e di benefici e gli amministratori di luoghi pii dovevano
consegnare la documentazione predetta che, a cura di due notai della Curia
vescovile, sarebbe stata registrata e conservata in archivio. Tutto questo
materiale doveva essere custodito con cura e servire alla redazione di un
catasto dei beni e dei diritti dell'intera chiesa viterbese[15].
Se il riferimento alla chiesa cattedrale di S. Lorenzo
fa supporre che, a quella data, vi fosse già un archivio in funzione in quel
luogo e le indicazioni del Binarino possono manifestare l'intenzione di far
confluire la nuova documentazione presso quella già esistente, l'accenno ai due
notai della Curia che dovevano essere i garanti dell'avvenuta consegna dei
documenti e in seguito i loro custodi, può essere letta come l'intenzione di
costituire un fondo separato da quello (o da quelli) già presenti nell'archivio
della chiesa cattedrale.
Al termine della visita, pochi mesi più tardi, egli
emanò una "Brevis instructio pro curatis" nella quale il tema della
raccolta e conservazione della documentazione era ripreso e l'accenno ad un
nuovo archivio si faceva molto più preciso:
"Mandamus omnibus curatis, et quibuscumque
beneficia ecclesiastica obtinentibus quod infra tres menses debeant conficere
inventaria omnium rerum stabilium et iurium suarum ecclesiarum et ad
Ordinarium mittere ut in publico
Archivio Episcopatus ad eorum
utilitate possint disponi, et
registrari"[16].
E poco più avanti, a proposito della verifica della
posizione degli ecclesiastici, dopo aver disposto l'esame di tutti coloro che
appartenevano al clero viterbese da parte degli esaminatori sinodali, indicava
l'esigenza che la documentazione relativa agli ordini ricevuti e ai benefici di
cui erano titolari fosse raccolta e conservata[17]. Qui non solo non si parla dell'archivio
capitolare ma si fa un esplicito riferimento ad un archivio del vescovo che, se
non già esistente, si deve attrezzare per poter accogliere una copiosa massa di
carte entro breve tempo.
Al 1576 risalirebbero i primi volumi della serie
"Libri Ecclesiasticorum" che il Signorelli dice essere conservati
nella Curia vescovile insieme con gli atti dei cancellieri[18]:
una serie così denominata però non risulta oggi presente nell'Archivio.
Nel 1583 una seconda visita apostolica è ordinata per la
diocesi di Viterbo e a condurla è Vincenzo Cultello, vescovo di Catania[19].
Negli atti che sono conservati nell'Archivio Segreto Vaticano[20]
vi è una brevissima descrizione dell'archivio episcopale che risulta già
costituito:
"Visitavit etiameisdem R.mus Pr. D. Visitator
Archivium Episcopale quod ripositum invenit in aula Episcopalis Palatij et
Armarijs magnis duobus (sera) et clavi munitos et in ipsa aula existentibus.
Est sub custodia Notarij Curiae Episcopalis pro tempore existentis cuius
officium est ad beneplacitum R.mi Episcopi. Adsunt intra libri sex in papiro
manuscripti in quibus sunt descripta acta civilia eiusdem Curiae facta inter
partes ab anno. Adsunt duo libri in papiro manuscripti in quibus sunt descripta
acta criminalia eiusdem Curiae ab anno. Inventarium bonorum omnium immobilium
secularium totius Civitatis et dioecesis qui nondum sunt in forma probanti sed
ad effectum ut conficiat Cathastum authenticum. Filza iurium perductorum in
filo"[21].
L'esiguità dell'archivio potrebbe avere una spiegazione
- oltre quella della sua recente costituzione - nel fatto che il Visitatore fosse
interessato o avesse il compito di fare il riscontro della presenza di
documentazione particolare e relativa agli affari che si potevano considerare
correnti e non di tutta la documentazione raccolta in archivio. Una conferma
potrebbe essere il fatto che anche l'archivio del Capitolo della Cattedrale, di
ben più antica costituzione, risulta composto da 11 libri e alcuni libri di
amministrazione (che non vengono contati)[22].
Un anno più tardi si tiene il sinodo del vescovo Montilio,
un sinodo importante per la diocesi di Viterbo e Tuscania perché è molto più
ampio e articolato di quello del Gualterio ed è, come quello, dato alle stampe[23].
I riferimenti alla documentazione che deve confluire nell'archivio cominciano a
diventare numerosi e sono presenti sia nei capitoli che si riferiscono
all'amministrazione dei beni della Chiesa sia in quelli che hanno riferimento
con l'amministrazione della giustizia civile e criminale. Ma all'archivio è
dedicato un capitolo intero, il penultimo del sinodo, intitolato "De
Archivio et Catasto":
"In hoc vero Archivio (Archivium nostrum
Episcopale) omnia custodientur, quae apud nos, vel vicarium nostrum
iudicialiter, et extraiudicialiter quotannis fient; In codices autem ea singula
referentur, qui huiusmodi erunt. Primus eorum, qui ex quovis causa fidei
professione fecerunt. Secundus eorum, qui ad ordines promoti sunt, cum
descriptio promotionis titulo. Tertius, in quo beneficiorum ecclesiasticorum
collationes atque institutiones, quae singulis annis fient, descriptae sint. Quartus, qui litterarum et
constitutionum apostolicarum promulgationes contineat. Quintus De electionibus,
praesentationibus, institutionibusve ad beneficia, quae iuris patronatus sunt. Sextus, De legatis piis, quae a
Notariis nobis significabuntur. Septimus, Qui civiles causas contineat. Octavus
denique, de Criminalibus mistisve causis"[24].
Nel capitolo ancora c'è una disposizione a proposito
della costituzione e dell'organizzazione dell'archivio del Capitolo e si
conclude con l'ordine di creare un archivio in tutte le chiese e collegiate,
ospedali e luoghi pii, per custodire gli atti ecclesiastici e i documenti che
contengono diritti della Chiesa. Si preannuncia pure la creazione di un
catasto, così com'era stato indicato già dal Binarino e che il Montilio
attribuisce ad una idea del cardinale Gambara che reggeva la chiesa viterbese
proprio negli anni della visita del Binarino.
Questo progetto di un catasto-inventario generale dei
beni, censi, giurisdizioni, diritti, affitti delle chiese e dei luoghi pii di
tutta la diocesi resterà un progetto inattuato se nel sinodo di Tiberio Muti,
nel 1614, si ritorna sull'argomento per disporne nuovamente la realizzazione
(entro un anno) in tutte le chiese della diocesi: non vi è un capitolo sull'archivio
ma vi sono riferimenti continui all'archivio in particolare quando si ricorda
l'obbligo ai notai di comunicare agli amministratori dei luoghi pii e della
Curia dei testamenti contenenti disposizioni ad pias causas[25].
Nel frattempo però l'archivio si viene costruendo a
partire da quei libri che il Cultello aveva trovato e da quelle indicazioni che
aveva dato il Montilio. Non vi sono notizie certe sulla data di ingresso (o
sulla data di avvio della produzione) di registri e libri nell'archivio corrente
della Curia - e, di qui, poi nell'archivio episcopale - salvo quelle che sono
desumibili dalle date che si leggono sui volumi e sui registri.
Nella scheda pubblicata nel terzo volume della Guida degli Archivi diocesani d’Italia[26],
le serie più antiche di pertinenza della Curia e presenti nell’Archivio
risultano essere quella degli “Acta Ecclesiastica” (1595), degli “Instrumenta
Notariorum” (1598), delle “Sacrae Visitationes” (1492, ma si tratta di una
visita relativa a Montefiascone, non a Viterbo!), delle “Scripturae” (1300 ma
sono atti che provengono dall’archivio della collegiata di S. Angelo in Spata
di Viterbo). Fintanto che non sarà completato l’ordinamento dell’archivio è
difficile dare indicazioni più precise di quelle offerte dalla Guida. I riscontri diretti da me fatti
qualche prima conclusione però la consentono in ordine alla data di produzione
dei documenti più antichi:
1.
il documento più antico
sembra essere un registro della serie
degli “Actuarius”, un registro non inserito ancora nella serie ma che
appartiene alla stessa tipologia di
documenti; porta sulla copertina la dizione “Actuarius 1568 et 1569” e il primo
documento è del 9 gennaio 1567;
2.
è di pochi anni
successivo il registro indicato come “1573 Visitationes” nella serie “Sacrae Visitationes”
e che contiene il diario della visita episcopale del Gambara e della visita
apostolica del Binarino;
3.
il primo volume degli
“Instrumenta Notariorum”, intitolato “Instrumenta Annorum
1596.1597.1598.1599.1600.1601” è redatto durante il mandato del vicario
generale Scribonio Cristallino, dal notaio Sabatino Silla che si definisce
“Notarius Curiae Episcopalis” mentre altri atti portano il signum e la firma
del notaio Urbano Tucelli (quest’ultimo risulta presente nell’elenco dei notai
attivi a Viterbo sul finire del XVI secolo).
E’ probabile che più accurate indagini possano portare
al ritrovamento di altri documenti della seconda metà del XVI secolo: è
improbabile però che i nuovi ritrovamenti possano modificare la nascita
dell’archivio episcopale che collocherei alla fine degli anni Sessanta e prima
della visita del Binarino.
Nelle visite episcopali della prima parte del XVII secolo - le prime che si rinvengono
nell'Archivio diocesano di Viterbo dopo il registro della visita del Gambara,
del Binarino e del Matteucci - i riferimenti ad un archivio del vescovo sono del tutto sporadici mentre
è via via più precisa l'informazione a proposito della biblioteca e
dell'archivio del Capitolo della chiesa cattedrale. Nella visita di Tiberio
Muti del 1622 vi è una prima informazione dettagliata circa la consistenza dei
libri conservati nella biblioteca
intitolata a Latino Latini, grazie alla presenza tra gli atti della visita di
un "Indice dei libri"[27].
Scrive il Signorelli che il Muti, in quella circostanza, ha ordinato che si
redigesse un catalogo delle scritture dell'archivio che si trovavano gettate
alla rinfusa in un ambiente non conveniente "ai quali dovevansi anche
aggiungere quelli tuttora conservati in S. Maria Nuova"[28].
Nel 1630 lo stesso Muti, visitando nuovamente la biblioteca, si richiama a
quanto detto nella sua visita del 1622 e aggiunge che vi è un archivio che è
collocato in una stanza alla quale si accede dalla sala della biblioteca[29].
Si tratta ovviamente dell'archivio del Capitolo.
Pochi anni più tardi, nel corso della visita di Giuliano Cesarini, di questo archivio si
ha qualche ulteriore informazione. C'è una dichiarazione dell'archivista
Tommaso Facini che attesta che "Nell'Archivio della Chiesa Cattedrale di
S. Lorenzo sono tutti li libri delle Amministrazioni e Camarlengati fatti dalli
Signori Canonici dall'anno 1624, sino al 1636, eccetto perr quello dell'anno
1625, e delli anni 1635, e 1636, quali doi sono in mano del Signor Canonico
Facini Camerlengo del present'anno per sua instruttione"[30].
E di queste scritture l'archivista-camerlengo
allega l'inventario dal quale si ricava che i documenti non sono solo
riferiti all'attività dei membri del Capitolo ma riguardano anche altre chiese
ed altri ecclesiastici[31].
Con il lungo episcopato del Brancaccio le notizie
cominciano ad essere più numerose e dettagliate ma l'attenzione è quasi sempre
incentrata sull'archivio del Capitolo mentre l'archivio della Curia esce del
tutto dagli atti delle visite. Nella prima visita del Brancaccio del 1639 rinvia alle informazioni contenute nella
visita del Muti del 1622 per l'indice dei libri della biblioteca e aggiunge che
"Prope hac cubile est alium in quo servantur tamquam Archivio scripturae
et instrumenta ad Capitulum et ecclesias spectantia, cuius claves sunt paene
Canonicos"[32].
E ai sinodi del Muti fa riferimento anche il sinodo celebrato dal Brancaccio
nel 1639 quando chiede che siano protocollati tutti gli atti che riguardano la
Curia e che sono stati stipulati sia dentro che fuori la Curia stessa[33]
.
All'archivio della Curia fa riferimento la trascrizione
di un decreto del 14 gennaio 1645 della Sacra Congregazione per
l'interpretazione del Concilio di Trento, ora negli
"Ecclesiasticorum" dell'Archivio diocesano di Viterbo[34],
che, riprendendo un decreto del 21 maggio 1644 (forse della stessa
Congregazione) prescrive ai cancellieri delle curie episcopali di conservare
nell'archivio della loro curia gli atti che essi hanno redatto in quanto
cancellieri della curia mentre dovevano versare all'Archivio pubblico della
città quelli redatti per altri fini: si ribadisce in altri termini la nota
prescrizione della stessa Congregazione del 1625 nella causa tra il vescovo e
la Comunità di Città di Castello. Nel sinodo del Brancaccio del 1645 il
capitolo IX è intitolato "De Archivio Episcopali aliarumque
Ecclesiarum" e riprende la costituzione di Sisto V e riproduce sia il
decreto del 1625 che quello del 1645 diretto al vescovo di Viterbo sulla
distinzione degli atti che si riferiscono all'archivio della Curia e quelli che
attengono all'Archivio pubblico della città[35].
Nella visita del
Brancaccio del 1646, a proposito dell'archivio del Capitolo si aggiunge che
l'inventario delle scritture era stato
inserito nella visita del Cesarini e dice che nello stesso archivio
dovrà essere conservato una copia dell'indice dei libri della biblioteca[36].
La visita del 1648 è molto sintetica e gran parte dei fogli del volume sono
occupati dagli inventari dei beni mobili e immobili di pertinenza delle chiese
che il Brancaccio aveva chiesto gli fossero presentati già nel decreto di
indizione della visita[37].
Nella vista del 1659 non si parla dell'archivio della Curia e invece si annota
che "Bibliotheca et Archivium Scripturarum Capitolarium et Cleri, bene et
ordinate servantur"[38].
Ancora all'archivio del Capitolo è dedicata attenzione
nell'ultima visita del Brancaccio, nel 1663, che sembra riguardare solo le
chiese e i luoghi pii di Viterbo. Si dice infatti che "Bibliotheca, et
Archivium scripturarum Capitularium, et Cleri, bene ordinateque cura Admodum
R.D. Dominici Magri Canonici Theologi et ad praesens Archivistae suis locis
distinctis retinentur, et libri nitide custodiuntur"[39]:
l'annotazione si chiude con l'indicazione che è stata data disposizione ai
canonici di provvedere a recuperare i registri mancanti entro un mese dalla
visita.
La prima
visita successiva al Brancaccio di cui resti testimonianza nell'Archivio
diocesano è di Urbano Sacchetti, nel 1684, e quella successiva è dello stesso
Sacchetti nel 1697-1698: non vi è nessun accenno all'archivio della Curia e a
quello del Capitolo. A quest'ultimo solamente si rivolge Andrea Santacroce
nelle sue visite del 1702-1703, per ordinare che si faccia un inventario delle
scritture e dei diritti del Capitolo che sono ricavabili dalle carte conservate
nello stesso Archivio e che siano riportati in archivio "singulos libros
ad ipsum spectantes"[40]. Un
inventario dell'archivio del Capitolo è chiesto anche nella visita del
Sermattei del 1720[41]. Lo
stesso Sermattei, nel sinodo celebrato nel 1724, ha inserito in
"Appendice" un capo riguardante "Libri custodiendi in
Cancellaria Episcopali ex decreto S.C.C. in una Civitatis Castelli, 19
Novembris 1625" che riproduce il documento ormai a noi noto[42].
La visita
successiva è di Alessandro Degli Abbati: anche qui nessun riferimento diretto
all'archivio della Curia se non quando, parlando dell'inventario che deve
essere fatto delle suppellettili e di tutto quanto si trova nella sacrestia
della Cattedrale, dice che una copia dovrà essere versata nell'archivio del Capitolo
e una copia nella Cancelleria episcopale[43]. Le
stesse prescrizioni sono ripetute nelle altre due visite dello stesso vescovo,
del 1732 e del 1734.
Con le visite di fine secolo e primi
dell'Ottocento, anche a Viterbo l'apparato organizzativo della visita diviene
molto più ampio e si standardizza. In occasione della visita di Muzio Gallo nel
1785, ai volumi che raccolgono gli atti[44] è
premessa una Istruzione Pastorale
dell'Eminentissimo, e Reverendissimo Signor Cardinale Muzio Gallo Vescovo di
Viterbo, e Toscanella In occasione della S. Visita[45] che introduce la visita e la distingue
in "visita locale, reale e personale". L'Istruzione richiede
la presentazione di inventari dei beni, descrizioni delle chiese e del loro
arredo, narrazione della storia di ciascuna chiesa, catalogo delle reliquie,
elenco delle persone ecclesiastiche, notizie di come vengono tenuti gli archivi
parrocchiali: un insieme molto dettagliato di informazioni che debbono
pervenire alla Curia prima dell'inizio della Visita cosicché questa diventa il
controllo della dichiarazione presentata e, localmente, si accentuano gli
aspetti liturgici e catechetici a discapito di quelli amministrativi e fiscali.
Una breve informazione è chiesta al Capitolo in relazione alle scritture di sua
competenza, nulla sull'archivio della Curia: e questo si spiega anche con il
fatto che l'Istruzione è prodotta
dalla Curia per le informazioni che essa deve acquisire; la Curia però non è a
sua volta destinataria dell'Istruzione
e quindi la visita finisce per non dare più alcuna informazione dell'Archivio
della diocesi.
A partire
dalle visite successive (Severoli 1818-1824[46],
Pianetti 1827[47])
le informazioni richieste alle parrocchie e ai luoghi pii divengono ancor più
strutturate e sono ormai un elenco ordinato di 341 quesiti in quella del
Pianetti. Nella visita Severoli una parte considerevole del volume di oltre 500
fogli che raccoglie la visita è occupato dalla documentazione relativa allo
stato degli archivi delle chiese e dei luoghi pii. Un decreto del 31 luglio
1820, che è riportato nel testo della visita[48],
aveva intimato la presentazione degli elenchi dei libri di amministrazione e
della celebrazione delle messe della Cattedrale e di tutte le parrocchie, dei
libri dell'archivio del Clero di Viterbo, delle opere pie e delle arti: gli
elenchi andavano esibiti agli ufficiali della Curia e qui poi erano raccolti
nel volume che oggi testimonia della visita effettuata. La finalità evidente è
quella di verificare lo stato attivo e passivo delle parrocchie e dei luoghi pii
e di controllare che gli obblighi di messe fossero soddisfatti: gli elenchi, di
conseguenza, riguardano per gran parte libri e registri correnti. In qualche
raro caso le informazioni sono più abbondanti come al riguardo della
documentazione della Cattedrale[49] e
del Clero di Viterbo[50].
Nella visita Pianetti il quesito riferito agli archivi è il n. 71 e chiede:
"Se vi sia l'Archivio, da quall'epoca cominciasse, se è ben regolato, e da
chi si custodisca"[51]. Non
chiede gli inventari degli archivi mentre sono nuovamente esaminati i libri
correnti di amministrazione e degli obblighi di messe di tutta la diocesi.
Lo stesso
schema e gli stessi esiti della visita Pianetti si ripetono nelle visite del
Bedini del 1861[52],
del Serafini del 1872[53], del
Paolucci del 1881[54].
Per terminare questa breve rassegna delle informazioni
sull'Archivio diocesano di Viterbo si può aggiungere che all'inizio del XX
secolo vi fu una serie di lettere tra il Consiglio notarile di Viterbo e la Curia
diocesana a proposito della richiesta del Consiglio di consegna degli atti
notarili conservati nella Curia (l'ultimo cancelliere vescovile con funzioni di
notaio aveva cessato la sua attività nel 1849). La Curia rispose con un
diniego, il Consiglio fece opposizione ma il ricorso del vescovo (allora era
Grasselli) al Ministro di grazia, giustizia e culti ottenne lo scopo di far
rimanere le carte presso l'Archivio diocesano anche perché il Ministro aveva
ricevuto assicurazione dal vescovo che "L'Archivio di questa Curia è
insigne per vetustà e non interrotta serie di rogiti sempre accessibili alle
ricerche dei dotti" (lettera del 2 ottobre 1910).[55]
b. Gli
archivi delle parrocchie, delle confraternite e gli altri archivi aggregati
All’Archivio
episcopale, poi Archivio diocesano, nel corso degli ultimi cinquant’anni, si
sono venuti aggregando una serie di archivi autonomi, che hanno avuto una loro
storia indipendente da quella dell’Archivio diocesano e che ora sono conservati
in questa sede perché si è esaurita la loro funzione primaria di archivio che
documenta le attività quotidiane. La loro concentrazione in questa sede è a
garanzia di conservazione e di valorizzazione di carte che sono divenute
importantissime per la storia religiosa ma anche per la storia sociale e civile
del territorio.
Mi riferisco
agli archivi delle chiese collegiate e delle chiese parrocchiali, all’archivio
del seminario, agli archivi di monasteri femminili, agli archivi delle arti e
corporazioni, agli archivi delle confraternite e degli altri luoghi pii: si
tratta di istituzioni nate in epoche differenti e che, dopo il Concilio di
Trento, sono state progressivamente condotte sotto la giurisdizione e poi sotto
il pieno controllo dell’autorità del vescovo. I loro archivi, che nei secoli
XVII e XVIII erano stati disciplinati da provvedimenti pontifici – si pensi per
tutti alla Inter omnes di Pio V del 1566 e alla Maxima vigilantia
di Benedetto XIII del 1727 con la annessa Istruzione per le scritture da
riporsi negli archivi – e che nel corso dei secoli dell’età moderna e
contemporanea saranno continuamente oggetto degli interventi dei vescovi con i decreti dei sinodi diocesani e le
disposizioni che venivano emesse in occasione delle visite pastorali, sono rimasti conservati nelle loro sedi
originarie almeno sino al 1870. Dopo quella data, per le nuove leggi introdotte
dallo Stato italiano in materia di assistenza e beneficenza, di istruzione, di
regolazione della vita economica e di rapporti con la Chiesa, molte istituzioni
ecclesiastiche o laiche ma dipendenti dall’autorità ecclesiastica sono state
soppresse, in altri casi sono state riunite in nuove forme associative, in
altri casi ancora fortemente limitate nella loro azione. E’ questo il momento
in cui, per gli archivi di alcune di queste istituzioni, in modo particolare
per gli archivi delle confraternite, comincia un periodo di grande precarietà:
alcune confraternite sono soppresse, altre fuse insieme, altre incorporate da
organismi diversi. Gli archivi talvolta rimangono abbandonati nelle vecchie
sedi, altre volte si spostano anche più di una volta per i mutamenti che
intervengono nella vita dei nuovi organismi, altre volte infine scompaiono o sono distrutti dato l’esaurirsi del
sodalizio che li aveva originati. Oggi troviamo frammenti degli archivi delle
confraternite della Diocesi di Viterbo all’Archivio di Stato, all’Archivio
storico comunale, negli archivi degli ospedali che dipendono dalla ASL Viterbo.
E vi sono frammenti di quei documenti anche negli archivi delle chiese collegiate
e delle parrocchie perché le parrocchie sono divenute nel tempo le eredi
naturali di molte delle attività svolte dalle confraternite, soprattutto per
quanto riguardo la vita devozionale e gli interventi di carattere
assistenziale.
Le chiese
collegiate – in parte ridimensionate nelle loro funzioni già nella prima metà
del secolo XIX, ridotte anche per l’azione delle leggi dello Stato dopo il 1870
(a Viterbo-città, nel 1880 ne sopravvivevano due: quella di S. Sisto e quella
di S. Angelo in Spata) [56] e definitivamente
scomparse a seguito delle norme introdotte dal Codice di diritto canonico del
1917 – come pure le chiese parrocchiali hanno conservato fino ad anni recenti i
loro archivi nelle rispettive sedi sia perché gli archivi erano di loro
proprietà sia perché non esisteva alcuna istituzione di livello diocesano che
fosse nata per accoglierli e per conservarli adeguatamente. Nel secondo
dopoguerra, se nelle zone di espansione urbana sono state create nuove
parrocchie e si è dato vita alla formazione di nuovi archivi correnti – che è
il seme per futuri archivi storici – in molte altre zone si è assistito a
fenomeni di considerevole riduzione della popolazione e al
ridursi contemporaneo di sacerdoti che fossero in grado di assicurare
con continuità il servizio liturgico-sacramentale. In tutti questi casi si è
venuto ponendo il problema – tra gli altri – della conservazione degli edifici
e degli arredi per il culto e del patrimonio di documentazione che si era
venuto accumulando nel tempo. A questi problemi ha voluto porre rimedio la
concentrazione degli archivi delle parrochie soppresse o scomparse e degli
archivi storici – non più utilizzabili a fini pastorali – delle parrocchie
ancora attive.
E’ per questa
via che negli archivi diocesani si è venuto a formare il settore degli archivi
aggregati alle volte di considerevole dimensione: sono archivi che
giuridicamente appartengono agli enti produttori (se questi sono ancora in
vita) e che sono in deposito presso gli archivi diocesani che ora li ospitano.
Qualcosa di
analogo è avvenuto anche per l’Archivio capitolare nel quale, accanto alle
carte del Capitolo vero e proprio, vi sono le carte della parrocchia di S.
Lorenzo e qualche carta di altre chiese che erano sotto il controllo
amministrativo del Capitolo. Ma vi sono anche documenti che appartengono ad un
altro archivio, per larga parte ancora non individuato con certezza nelle unità
che lo compongono: si tratta dell’Archivio di quella che provvisoriamente
chiamo Associazione del clero viterbese.
Tra XIII e XIV secolo sono molto numerosi
gli esempi di organismi che avviano le procedure di formalizzazione del loro
operare, attraverso la redazione di documenti (capitoli, costituzioni, regole,
statuti e via dicendo) che hanno un valore immediato per la struttura stessa ma
che si pongono sempre anche come nuova configurazione dei rapporti con
l’esterno.
L’avvio delle raccolte dei diritti,
privilegi e norme che regolavano la vita del clero è collocabile nel XII
secolo, come testimonia la Margarita
iurium venerabilis cleri Viterbiensis[57] che comprende atti che vanno dal 1264
al 1589 e che comincia ad essere redatta intorno al 1325; la “Margarita
Cornetana”[58], il “Catasto”
di S. Stefano di Viterbo (che è un
testo che raccoglie lo stesso tipo di documenti della “Margarita” e che in origine era così
chiamato)[59]
nel primo quarto del XIV secolo; la
“Margarita hospitalis” relativa all’ospedale di S. Sisto di Viterbo con
documenti che partono dal 1375[60]; il “Registrum cleri cornetani ab anno 1319 ad
1525[61] ; una “Margarita” della chiesa
collegiata di S. Maria Nuova, sempre a Viterbo, di cui si ha notizia attraverso
altri documenti della stessa chiesa[62]. Corrado Buzzi, che di questi testi è
profondo conoscitore, mette in evidenza le caratteristiche comuni (oltre quelle
citate sono note anche le “Margaritae” orvietane) che stanno nella nascita
quasi coeva (tra fine XII e inizio XIV secolo), nell’accuratezza della
trascrizione, l’imponenza dei volumi, la preziosità del contenuto, la loro
valenza giuridica e la diligenza con cui erano state conservate. Sono documenti
che dovevano valere (facevano fede perché redatti da un notaio) in occasione di
contestazioni nate per iniziativa di terzi nei confronti dell’associazione del
clero e dei suoi singoli componenti. Ma contenevano anche norme che finivano
per regolare i rapporti interni all’associazione o universitas del clero. Si
presentano quindi come documenti
complessi che sono nello stesso tempo statuti e privilegi, catasti e inventari
e per questo possono essere considerati nella famiglia degli statuti.
La nascita di un’associazione tra il clero
secolare a Viterbo (da collocare probabilmente all’inizio del XIII secolo) è
stato un evento importante per tutto il territorio della Provincia del
Patrimonio e senza dubbio avrà rappresentato un punto di riferimento per il
clero di tutta la diocesi e forse anche al di fuori di questi confini. Tanto
più se si considera che tale associazione aveva finito per svolgere un ruolo
importante nella difesa degli interessi del clero nei confronti delle richieste
fiscali e contributive della Camera Apostolica e gestiva la riscossione dei
tributi del clero di tutta la Diocesi.
Le indagini intorno all’associazione del
clero viterbese (come, del resto, anche per le altre associazioni analoghe)
hanno mosso appena i primi passi. La documentazione relativa, che è conservata
nell’Archivio del capitolo della cattedrale di S. Lorenzo a Viterbo, è confusa
con quella del capitolo stesso, della parrocchia di S. Lorenzo e con carte che
riguardano invece i vescovi e la curia diocesana. Buzzi fornisce una serie di
indicazioni che consentono di inquadrarla nei suoi aspetti fondamentali: è
un’associazione che si presenta come autonoma, con una sua organizzazione e una
giurisdizione indipendente pur se non è del tutto sicura la sua denominazione
(come del resto avveniva anche a Corneto). La più antica testimonianza riferita
all’associazione viterbese è del 1217, la più recente della seconda metà del
XIX secolo quando il Buzzi ipotizza che sia incorsa nelle norme che riguardavano
la liquidazione dell’asse ecclesiastico e che quindi sia stata sciolta[63].
Di queste associazioni aveva parlato
Richard C. Trexler, nel convegno su “Vescovi e diocesi”: la ragione del suo
interesse, nel quadro del tema più generale dei sinodi diocesani in Italia alla
fine del medioevo[64], era
in relazione alla determinazione di quale fosse il pubblico che partecipava ai
sinodi tardo-medievali, quali fossero i soggetti tenuti o che avevano il
diritto di partecipare a tali riunioni. La sua ipotesi è che il clero presente
ai sinodi italiani fosse lì prevalentemente a rappresentare altri
ecclesiastici; quindi che vi fosse una notevole diffusione delle forme
associative tra il clero e che ai sinodi fossero tenuti gli organismi
rappresentativi, le singole associazioni e non il singolo ecclesiastico,
beneficiato o con cura d’anime che fosse. Questo troverebbe conferma in due
tipi di constatazioni: la prima che i sinodi certamente avevano il compito di
intervenire nella materia fiscale, sia quella riguardante la diocesi stessa sia
quella sempre più pesante originata dai
governi centrali e che, per tali aspetti, era logico immaginare il clero
procedere unito in difesa delle proprie esenzioni o per arginare gli altrui
soprusi. La seconda era che la forma associativa si promuoveva per una migliore
gestione del patrimonio beneficiale e finiva per costituire un polo di
attrazione di nuovi lasciti e donazioni (cosa che non sarebbe potuta accadere
con la stessa forza al singolo eccelsiastico) che irrobustivano ulteriormente
la stessa associazione. D’altra parte, nota Trexler, la diffusione di
associazioni tra laici, anche con compiti di rappresentanza verso l’esterno,
può essere stato l’esempio seguito dal clero che avvertiva la necessità di
organizzarsi nei confronti del proprio vescovo e più tardi nei confronti della
Curia romana[65]
Prima
di chiudere questa parte voglio fare un cenno ai numerosi e importanti archivi
dei luoghi pii che sono presenti nell’Archivio diocesano (sotto questa dizione
si comprendono gli ospedali, i monti
frumentari e i monti di pietà, i conservatori e gli orfanotrofi, i conventi e i
monasteri e soprattutto le confraternite): si tratta di diverse centinaia di buste e registri che provengono dalle
decine di luoghi pii che erano attivi nella Diocesi di Viterbo fino alla metà
del secolo XIX. Tra gli archivi di
questi luoghi pii che ora sono aggregati all’Archivio diocesano spiccano quello
della Confraternita del Gonfalone di Bagnaia e quello della Confraternita del
Gonfalone di Viterbo che da soli contano oltre quattrocento buste e registri
tutti in fase di ordinamento come ho detto in precedenza.
c. La
Biblioteca capitolare
“Le
più lontane origini della Biblioteca capitolare di Viterbo si confondono
probabilmente con le origini stesse dell’Archivio capitolare, come il più delle
volte è accaduto per istituti analoghi, sorti accanto a chiese cattedrali o
collegiate, per i quali non vi dovette essere una distinzione originaria fra il
fondo strettamente archivistico e quello più propriamente bibliografico”[66]
Sin dall’inizio delle sue funzioni nel 1192, la chiesa cattedrale di San
Lorenzo raccolse atti che certificavano le donazioni, gli acquisti e le
cessioni, i privilegi e lo stato dei beni; questo patrimonio di documentazione
si venne sviluppando con l’acquisizione di documentazione relativa alle chiese,
ospedali, conventi e monasteri che entrarono sotto la sua giurisdizione nei
secoli successivi e, insieme con gli atti di archivio, si vennero a conservare
manoscritti che erano utili ai canonici per la piena e corretta interpretazione
dei documenti d’archivio e poi altri manoscritti che potevano servire per le
attività che il Capitolo veniva svolgendo in Città, in primo luogo quello della
formazione dei chierici.
Si
venne a delineare così il primo fondo di quella che sarà più tardi e più
chiaramente individuata come la Biblioteca del Capitolo che si venne
incrementando con libri donati dai canonici, altri acquisiti da biblioteche
incamerate, altri acquistati. In questa fase entra nel patrimonio della
Biblioteca il noto Pantheon di Goffredo da Viterbo, una enciclopedia
storica ante litteram, resa più bella e preziosa dalle miniature che la
caratterizzano: è una trascrizione probabilmente del secolo XIV in carattere gotico a 2 colonne di carte
287[67].
Delle vicende della Biblioteca capitolare
qualcosa ho già detto quando riferivo i dati che sono contenuti nelle visite
pastorali e che spesso trattavano, nella stessa relazione, sia dell’archivio
che della biblioteca. Riprendo qui quelle indicazioni solo per ricordare che il
primo catalogo della Biblioteca capitolare è stato quello del canonico Domenico
Magri, come risulta anche dalla visita pastorale del cardinale Brancaccio del
1663, catalogo che, dopo di allora, è stato il faro che ha orientato gli
studiosi tra quei codici e quei volumi[68].
Dopo di lui sul materiale dell’Archivio e della Biblioteca sono intervenuti
altri ordinatori, rimasti anonimi (con
un catalogo del XVIII secolo riguardante la biblioteca), poi il canonico
Giacomo Bevilacqua, sul finire del secolo XIX (con un regesto della
documentazione dell’Archivio)[69],
Léon Dorez con un articolo su Latino Latini e un catalogo dei manoscritti della
Biblioteca capitolare[70],
Pietro Egidi con il regesto dei documenti anteriori al secolo XV[71].
Sempre lo Scaccia Scarafoni dice che,
contemporaneamente alla pubblicazione della sua nota, il canonico Primo
Gasparri stava compilando uno schedario alfabetico e un inventario topografico
della Biblioteca capitolare, opera iniziata probabilmente dal canonico
Francesco Pietrini[72].
Dopo questi lavori, e probabilmente a partire dai loro testi, un dattiloscritto
forse curato da don Pietro Innocenti, è stato redatto dopo gli anni Sessanta
del secolo appena passato ed è, a tutt’oggi, l’ultimo e più consultato catalogo
dei codici e dei manoscritti della Biblioteca
capitolare e dell’Archivio del capitolo.
Sulla Biblioteca capitolare o meglio sul
Fondo Latini risulta discussa una tesi di laurea di Carla Amici all’Università di Roma La Sapienza nell’anno
accademico 1972-1973[73]
mentre sul Pantheon è stata discussa una tesi di laurea nella Facoltà di
conservazione dei beni culturali dell’Ateneo della Tuscia da Michela Torquati
nell’anno accademico 1996/1997[74],
tesi che presenta nel dettaglio l’opera, che offre dati sulla storia di questo
manoscritto, che analizza accuratamente le miniature che lo rendono prezioso.
Nei
cataloghi delle biblioteche italiane pubblicati nel secolo scorso, le schede
che presentano la Biblioteca capitolare danno questi dati: fondata nel
secolo XVI, comprende 258 manoscritti, 5200 tra volumi ed opuscoli (e tra
questi 27 incunaboli, molte cinquecentine, tutto il resto edizioni del XVII,
XVIII e XIX secolo e stampati musicali); risulta che la Biblioteca partecipa al
censimento nazionale delle edizioni italiane del XVI secolo a partire dal 1985
e che è dotata di un catalogo per autore, uno topografico e un catalogo a
soggetto[75].
d. Le
biblioteche del Seminario interdiocesano di Viterbo e Tuscania
La
denominazione di Seminario interdiocesano di Viterbo è creazione relativamente
recente: la troviamo usata la prima volta all’inizio del Novecento[76]
in un opuscolo che probabilmente riflette un uso sempre più consolidato. Il
documento ufficiale di costituzione del Seminario interdiocesano di Viterbo e
Tuscania forse dobbiamo giungere al 16 luglio 1929 quando mons. Emidio Trenta,
vescovo di Viterbo e Tuscania dal 1914, decreta l’unione dei seminari esistenti
nella diocesi di Viterbo e Tuscania e gli attribuisce la città di Viterbo come
sede del nuovo istituto[77]; nel 1937 al nuovo Seminario interdiocesano
sarà data come nuova sede il fabbricato presso il ponte del Duomo[78].
In
precedenza le due istituzioni avevano avuto vicende diverse: più ricche e più
conosciute quelle relative al Seminario di Viterbo grazie anche agli studi che
sull’argomento sono stati condotti nel secolo scorso[79];
più breve la storia di quello di Tuscania del quale si è scritto poco, almeno
sinora: si conoscono le Regole
del Seminario che sono state stampate nel 1818[80],
pochi anni dopo la creazione del seminario che era avvenuta nel 1816 ad
opera del vescovo cardinale Antonio
Gabriele Severoli[81]
Sul
patrimonio di libri del Seminario di Tuscania è stata realizzata una tesi di
laurea da Maria Ilia Boninsegna nell’anno accademico 1997-1998, tesi discussa
presso la Facoltà di conservazione dei beni culturali dell’Università della
Tuscia[82]
che ha riguardato le edizioni del Cinquecento conservate in quella biblioteca.
Nella tesi vi sono cenni di storia del Seminario e della sua biblioteca che si
dice essere stata creata a partire dalla biblioteca del convento degli
Agostiniani, soppresso durante il periodo napoleonico, e con donazioni di
privati, in primo luogo quella effettuata dallo stesso cardinale Severoli nel
1822 e poi quella dei libri acquistati
dai padri Gesuiti che insegnarono in quel Seminario sino al 1849[83].
Sono
più facili da raccontare le vicende recenti di queste biblioteche. Non potendo
ospitarle in una sede congrua, l’allora Rettore del Seminario interdiocesano
mons. Salvatore Del Ciuco chiese nel 1968 l’intervento del dott. Attilio Carosi
per trovare un locale idoneo dove poterle depositare. Era Presidente
dell’Amministrazione provinciale in quegli anni Ferdinando Micara e con la sua
collaborazione e grazie all’intervento del dott. Carosi il problema fu
risolto: i libri furono trasferiti in
locali al Piano terreno del Palazzo della Provincia nella forma del deposito
provvisorio che doveva durare pochi anni. In effetti quelle biblioteche sono
rimaste nei locali della Provincia per 45 anni e durante questo periodo, a cura
sempre del dott. Carosi, fu redatto un inventario di tutti i volumi che
componevano il patrimonio di
documentazione e i libri furono sistemati in idonee scaffalature e
armadi metallici.
Il
ritorno di quei libri, grazie alla collaborazione dell’Amministrazione
provinciale e del suo Presidente Giulio Marini, al decisivo intervento del
Consorzio per la gestione delle biblioteche, del suo Presidente Romualdo Luzi e
dei componenti il Consiglio direttivo, è avvenuto durante il passato inverno.
La Diocesi di Viterbo e il Centro diocesano di documentazione vogliono
nuovamente esprimere alle persone citate e alle istituzioni che esse
rappresentano i più sentiti ringraziamenti per avere preservato per tutti
questi anni la preziosa documentazione e per aver agevolato il trasferimento e la collocazione dei libri in questa
sede, con il prestito delle scaffalature metalliche che sono collocate sulla
parte di fondo della maestosa sala che ci ospita.
Mi avvio a concludere la mia Introduzione.
I
cultori della materia avranno trovato molte cose da precisare e moltissime da
aggiungere alla mia ricostruzione. In effetti l’obiettivo della mia Introduzione
non era quella di completare la storia di questi monumenti bibliografici ed
archivistici ma di preserntarveli sommariamente e di indicarvi che cosa si
propone di fare la Diocesi di Viterbo, con l’aiuto e la collaborazione delle
istituzioni nazionali e regionali che sovrintendono a questo settore, a partire
da Ministero per i beni e le attività culturali e le Direzioni generali competenti, per proseguire con gli Uffici
regionali e provinciali di quel Ministero, per proseguire con gli Assessorati e
gli Uffici competenti della Regione Lazio, per finire con le Istituzioni
amministrative presenti a livello locale – la Provincia e il Comune di Viterbo
– con le istituzioni culturali e formative che sono nel territorio, in primo luogo l’Università degli studi della
Tuscia, e poi le scuole e tutte le
associazioni e i centri attivi nel campo della promozione della cultura.
E’
percezione largamente condivisa che qualsiasi operazione di promozione della cultura
e di valorizzazione del patrimonio di documentazione che abbiamo ereditato dal
passato non possa pensare di avere successo se non in un contesto di reale e
fattiva collaborazione tra tutti gli addetti i lavori.
Lo
richiede in primo luogo la legge del procedere scientifico.
La
natura stessa della documentazione che qui è raccolta e il lavoro di
catalogazione, di inventariazione, di valorizzazione che si intende condurre,
comporta l’incontro di competenze scientifiche diverse che solo la collaborazione
tra Università, Istituti di istruzione pubblica e privata, Associazioni
culturali può mettere insieme.
Lo
richiede subito dopo la legge del mercato.
E’
sotto gli occhi di tutti come anche le più importanti e consolidate istituzioni
culturali vivano un momento di nuova organizzazione che si muove all’insegna
della razionalizzazione e della ottimizzazione delle risorse. A maggior ragione
questo vale per una istituzione come la nostra che comincia a muovere i primi
passi e che ha tanta, tanta strada ancora da fare. Tutto ciò significa che non
sarà possibile contare su tutte le
risorse finanziarie che la valorizzazione di questo patrimonio culturale
richiederebbe. E allora è giocoforza
mettersi insieme per ridurre i costi e ottimizzare le risorse. Ecco allora
la preziosa sempre, oggi insostituibile collaborazione con l’Università che può
consentire, attraverso le convenzioni per i tirocini didattici e le tesi di
laurea, di procedere sulla strada della catalogazione dei fondi librari e
l’iunventariazione dei fondi archivistici. Ecco le intese con le Istituzioni
dello Stato, della Regione e degli Enti locali per la migliore utilizzazione di
quei fondi che quelle istituzioni mettono a disposizione. Ecco gli scambi e le
collaborazioni con le altre istituzioni culturali in maniera tale che i
progetti di ricerca siano concordati e realizzati insieme con la migliore
utilizzazione delle risorse umane, delle intelligenze e delle competenze che
ciascuna ha a disposizione.
E’
con queste regole di condotta, con questa visione del lavorare insieme per valorizzare i beni culturali e per fare
cultura che il Centro diocesano di documentazione si accinge a cominciare o
meglio a proseguire il suo cammino.
Il nostro cammino, nei prossimi mesi ed
anni, si può riassumere nel perseguimento dei seguenti obiettivi:
- il
primo obiettivo è salvare e conservare degnamente questo patrimonio di
documentazione: questo significherà
valutare lo stato di conservazione del materiale e intervenire con operazioni
di restauro lì dove si riverrà necessario alla fruizione futura dei documenti;
- il secondo obiettivo è procedere al
completamento dei cataloghi delle biblioteche e agli inventari degli archivi e
renderli quanto prima di dominio pubblico, sia nella forma cartacea
tradizionale sia attraverso la comunicazione per via telematica: funzionerà al
più presto, mi auguro entro la fine del mese, un sito proprio del Centro
diocesano di documentazione nel quale inserire i cataloghi e gli inventari mano
a mano che daranno realizzati;.
- il
terzo è quello di aprire al pubblico degli studiosi, degli studenti e dei
cittadini questo fondamentale patrimonio di documentazione: dal mese di giugno
il Centro diocesano di documentazione sarà regolarmente aperto tre mattine la
settimana e mi augura che questo calendario di apertura possa amplirarsi fino a
coprire l’intera settimana al più presso possibile;
- il
quarto obiettivo, ed è quello più difficile da realizzare, è ricondurre questo giacimento culturale in
una posizione eminente nella vita religiosa e nella vita culturale della città,
della Diocesi e dell’intero territorio viterbese; difficile perché si tratta di
incardinare il passato e la documentazione che lo testimonia nella meditazione
sul presente e nella progettazione del futuro. Il proposito sarebbe assurdo se
dalla riflessione sul passato si volesse cogliere qualche lezione per il
presente e il futuro: tutto il secolo che si è appena concluso e gli anni che
stiamo vivendo sono la prova più chiara di quanto sia inutile studiare il
passato se dalla storia si vogliono cogliere indicazioni per preparare un
futuro che sia più a misura d’uomo. L’uomo non è capace di imparare quasi nulla
dalla sua storia e dall’esperienza di quelli che lo hanno preceduto,
soprattutto in un mondo nel quale i cambiamenti sono così rapidi che la sera di
un giorno sembra essere ogni volta il preludio di un anno che viene ed ogni
mattino si presenta come una stagione interamente nuova da studiare. Il
proposito è forse meno temerario se l’interrogazione dei documenti del passato
può condurre a capire meglio i meccanismi che regolano l’agire dell’uomo e il
suo rapporto con gli altri, con le istituzioni, con le cose, con il lavoro, con
le idee, con la fede. Capire di più l’uomo nel tentativo di renderlo più umano:
perdonatemi la frase banale ma credo che renda bene il senso del lavoro che ci
accingiamo a fare e che credo sia di una importanza vitale per la crescita
degli uomini di fede dentro la Chiesa, degli uomini di cultura nella vita della
società.
Ora
sono giunto veramente alla fine e mi rimane solamente da ringraziare alcune
persone.
In primo luogo voglio ringraziare mons. Lorenzo
Chiarinelli per avermi concesso la sua fiducia e per aver creduto che,
attraverso la mia persona e il mio lavoro, si potesse realizzare una fruttuosa
sintesi tra il mondo accademico e il mondo della cultura ecclesiastica, tra
l’ansia di conservazione e di appartenenza dei beni prodotti dalle istituzioni
ecclesiastiche e la fruizione culturale di questi beni a vantaggio di tutta la
collettività. A lui va il mio impegno a lavorare senza dimenticare mai che
questi beni culturali che quotidianamente trattiamo sono in primo luogo
ordinati all’animazione del popolo cristiano, all’educazione alla fede e alla
crescita del senso di appartenza dei fedeli alla propria comunità, come
asseriscono i documenti della Pontificia commissione per i beni culturali della
Chiesa.
In secondo luogo voglio ringraziare le persone con le
quali abitualmente collaboro all’interno del Centro diocesano di
documentazione: da don Ugo Falesiedi a don Giusto Neri, da don Francesco Zarletti a don Salvatore Del
Ciuco per arrivare infine a Franco
Turchetti che nel passato dell’Archivio diocesano oggi del Centro diocesano di
documentazione è l’anima e il braccio operativo. Negli anni passati, a lungo,
ho collaborato con don Emilio Marinelli che è stato il responsabile
dell’Archivio diocesano e degli archivi dell’intera diocesi: anche a lui va il
mio ringraziamento.
In terzo luogo voglio ringraziare quei miei collaboratori
che tento di convincere dell’importanza e della bellezza del lavoro al quale si
sono accinti: sono i miei studenti, i miei laureandi, i miei laureati. Senza la
loro attiva partecipazione a quest’impresa poco di quello che oggi vedete
sarebbe stato possibile.
E finisco con un ringraziamento che va lontano, oltre i
muri di questo Palazzo, oltre questa Piazza, oltre questa Città.
Don Galliano Moncelsi, don Pietro Innocenti, don Lidano
Pasquali, don Lino Barzi, padre Vincenzo Monachino per citare solo alcuni che
ho conosciuto e che ho stimato. Sono stati responsabili di archivi e di
biblioteche, sono stati studiosi di carte d’archivio. Erano preti, erano
soprattutto preti e lo erano anche quando sono stati messi a fare gli
archivisti o i conservatori di documentazione che talvolta hanno avuto modo di
leggere, di capire, di studiare. Erano preti che sentivano di realizzare la
loro missione di primi testimoni dell’amore di Dio anche in mezzo alle carte e
ai libri. E hanno impedito con la loro sorveglianza e con il loro lavoro che andassero
disperse, le hanno conservate con cura perché giungessero fino a noi, hanno
contribuito a farle conoscere. Io credo che l’abbiano fatto perché avevano
capito che dentro quelle carte c’era la vita degli uomini e credo che ce le
abbiano consegnate perché anche noi possiamo fare la stessa meravigliosa
scoperta.
Per questo ora e sempre li ringrazio.
[1] Giuseppe Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa, Volume secondo, Parte seconda, Viterbo,1940, p. 360.
[2] Giuseppe Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa, Volume terzo, Parte prima, Viterbo, 1964, p. 52, nota.
[3] Cfr. Luciano Osbat, Il governo delle diocesi nella Provincia del Patrimonio in età moderna, Dispense per il corso di Storia moderna. Anno accademico 1998/1999, p. 83-90.
[4] Il primo a parlare del sinodo di Montalto è stato il Coretini alla p. 143 della sua cronotassi dei vescovi viterbesi (De Episcopis Viterbii Provinciae Patrimonii Metropolis Summa Chronologica Petri Coretini Viterbiensis, in appendice alle Constitutiones Editae in Dioecesana Synodo Habita Viterbii Ab Eminentissmo et Reverendissimo Domino Cardinali Brancacio Episcopo Viterbiensis et Tuscaniensi Die XXV Septembris MDCXXXIX, Viterbii, Apud Marianum Diotallevium Impressorem Episcopalem): aggiunge che il testo è conservato ma non dice in quale versione e da chi. L'analisi più attenta è a tutt'oggi quella di Giuseppe Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa, Volume primo, Viterbo 1907-1908, p. 376-383.
[5] Su Bagnaia cfr. Memorie istoriche della Terra di Bagnaia raccolte dal Sacerdote Arcangelo Carones di detta Terra nel 1759. Manoscritto stampato a cura dell'Associazione "Amici di Bagnaia - Arte e Storia, Bagnaia 1983 (che è la fonte più utilizzata da tutti gli studiosi); Mattia Natili, Cenno storico e compendiosa descrizione della Villa di Bagnaia avanti al 1820, Roma 1864; Vincenzo Frittelli, Bagnaia. "Cronache d'una Terra del Patrimonio", Bagnaia, 1977. Dice il Carones che già nel XII secolo Bagnaia risulta essere castello sotto la signoria di Viterbo mentre è dal 1202 che diviene dominio della mensa vescovile di Viterbo e quindi dei suoi vescovi che vi esercitavano il "mero e misto imperio". Tale situazione si protrasse sino al 1587 quando la città fu trasferita in proprietà alla Camera Apostolica (Ivi, p. 18-20). Il castello era stato probabilmente distrutto nella prima metà del XIII secolo ma riedificato prima della fine dello stesso secolo.
[6] “Constitutiones Synodales Nicolai Episcopi Viterbiensis”, Distinzione I, cap. 16: "De iurisdictione Castro Bugnaie servanda", in Archivio della cattedrale di Viterbo, Codice 12 (vecchia segnatura).
[7] I contrasti tra i cittadini di Bagnaia e i
vescovi di Viterbo erano cominciati nel 1286 e si erano accuiti all'inizio del
1300 durante l'episcopato di Angelo Tignosi. Il vescovo Nicola che celebra il
sinodo di Montalto intervenne, proprio nell'anno di celebrazione del sinodo,
per imporre una modifica allo statuto del castello in senso più
favorevole alla Chiesa (V. Frittelli, Bagnaia, cit., p. 14). Negli anni
successivi i vescovi di Viterbo affiancarono i "bagnaioli" nella
difesa dei loro privilegi contro le richieste di abolizione promosse dalle
magistrature viterbesi (Ivi, p. 14-15). Nel 1533 il cardinale Ridolfi aveva
concesso al Consiglio della Comunità di Bagnaia il diritto di eleggere il
proprio Governatore (che si chiamava Podestà) e il Visconte, il quale aveva tra
le funzioni quella di amministrare la giustizia in assenza del Podestà: le loro
sentenze dovevano essere confermate dal vescovo di Viterbo (Memorie, cit., p. 31).
[8] Il testo del sinodo si conclude con la dichiarazione che le costituzioni del sinodo furono lette pubblicamente nella chiesa di San Sisto di Montalto in parte dal notaio Bartolomeo e in parte dal notaio Enrico da Arezzo alla presenza dell'arcipresbitero Daniele con tutto il capitolo di Viterbo. Erano pure presenti il nobile Ermanno, il nobile Raniero de Alessandri di Viterbo e Giovanni, Naldo, Blasio Mignani, Paolo Nuzio notaio di Viterbo, Angelello Alberti di Vetralla. E termina con le parole: "Iste liber est ecclesiae Santi Angeli de Spata de Viterbio".
[9] Bartolomeo Vitelleschi, Il passaggio e gli altri scritti del 1463, a cura di Giovanni Insolera, Tarquinia, 1996, p. 41.
[10] Ivi, p. 159-189.
[11] Ivi, p.192-195.
[12] Constitutiones et decreta synodi dioecesanae viterbiensis 1564, Romae, apud Antonium Bladum, 1564: “De praepositis animarum curae et eorum officio”.
[13] Archivio Segreto Vaticano, Congregazione del Concilio, Visita apostolica 35. Alla fine dei fogli dedicati alla visita apostolica di Tuscania, un quadernetto di 26 ff. nn. riguarda la visita ai luoghi della diocesi di Viterbo, compiuta tra il 23 dicembre 1573 e il 24 dicembre 1574. Una copia della visita del Binarino è anche nell'Archivio diocesano di Viterbo (d’ora innanzi ADV), Sacrae Visitationes, "1573. Visitationes". Il registro risulta dall'unione di tre fascicoli: il primo e il secondo contengono gli atti della visita espiscopale del cardinale Francesco Gambara, vescovo di Viterbo; il terzo la visita del Binarino
[14] Alfonso Binarino (o Binarini per altri) era vescovo di Rieti quando iniziò la visita di Viterbo, era stato trasferito a Camerino quando la concluse; cfr Hierarchia Catholica, vol. III, p.
[15]
f. 132v-133. Il progetto del Binarino non fu
portato a compimento. E' possibile che egli abbia avuto presente, nell'emanare
queste prescrizioni, esperienze del genere che erano già state realizzate come
quel "Catasto Croce 1566. Beni del Vescovato de Tivoli" che fu
completato dal vescovo Giovanni Andrea Croce nel 1566: cfr. Archivio diocesano
di Tivoli, Catasto Croce.
[16] ADV, Sacrae Visitationes, "Brevis instructio pro curatis", cit., f. 207v.
[17] Ivi, f. 207v-208.
[18] Giuseppe Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa, Volume secondo, cit. p. 360.
[19] Vincenzo Cultello era stato nominato vescovo di Catania l’11 settembre 1577 (la sede era di nomina regia). Non sono note le ragioni che portano ad una visita apostolica a Viterbo, a così breve distanza da quella del Binarino e mentre in diocesi è presente un vescovo, Carlo Montilio, che è stato nominato a Viterbo e Tuscania nel 1576 (proveniva da Amalfi) e che di lì a poco avrebbe convocato un sinodo diocesano poi pubblicato. Il Cultello qualche anno più tardi cadde in disgrazia: fu destituito della sede vescovile nel 1589 (ma già nel 1586 gli era stato nominato un Vicario generale con tutti i poteri) e fu sospeso dagli ordini sacri. Morì a Roma nel 1597 (Hierarchia Catholica, vol. III, p. 159)
[20] ADV, Sacrae Visitationes, “Visitatio Ecclesiae et Civitatis Viterbiensis facta a Reverendissimo Domino Vincentio Episcopo et Cancellario Cathanensi Apostolico Visitatori anno Domini 1583”, in Archivio Segreto Vaticano, Congregazione del Concilio, Visite apostoliche, 82. E’ un manoscritto di 312 fogli che si apre con un “Repertoria” delle chiese e luoghi pii visitati e con il decreto di nomina di Gregorio XIII del 26 aprile 1583.
[21] ADV, Sacrae Visitationes, "Visitatio
Ecclesiae et Civitatis Viterbiensis”, cit,
f. 36v.
[22] Ivi, 30r.
[23] Constitutiones, et Decreta Dioecesanae Synodi Viterben. Per admodum Illustrem, et Reverendiss. D.D. Carolum Archiepiscopum Montilium Episcopum Viterben. In Cathedrali Ecclesia S. Laurentij Civitatis Viterbi, iiij Idus Martij 1584 celebratae, Viterbi, apud Augustinum Colaldum, 1584.
[24] Ivi, p. 190. Una ricerca tutta da fare è quella che ricostruisca gli schemi di organizzazione dell’Archivio episcopale a partire da questo programma del Montilio per arrivare ai fondi e alle serie che sono state pubblicate nella Guida degli Archivi diocesani d’Italia, alla voce “Viterbo” Roma 1998, p. 414-416..
[25] Constitutiones et decreta Edita a Tiberio Muto…MDCXIII, Viterbii, Apud Hieronymum Discipulum, cit., p. 114.
[26] Guida degli Archivi diocesani, op. cit., p. 414-416.
[27] ADV, Sacrae Visitationes, “Visitatio Dioc. Viter. Anni 1622”.
[28] Giuseppe Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa. 1610-1644, Volume terzo. Parte prima, Viterbo, Tipografia Quatrini, 1964, p. 6, Nota.
[29] ADV, Sacrae Visitationes, “Visitatio Anni 1630”, f. 20.
[30] ADV, Sacrae Visitationes, “Visit. Civit.
Viter. Et Tuscan…1636”, f. 21.
[31] "Inventario delle scritture esistenti nell'Archivio della Cattedrale di Viterbo", Ivi, f. 22-23.
[32] ADV, Sacrae Visitationes, Vista Brancaccio, 1639, f. 16v-17.
[33] Sinodo Brancaccio, 1639, p. 39.
[34] ADV, "Ecclesiasticorum", vol. XX, f. 166v-167.
[35] Sinodo Brancaccio 1645, p. 7-10.
[36] ADV, Sacrae Visitationes, Visita Brancaccio, 1646, f. 26v.
[37] ADV, Sacrae Visitationes, Visita Brancaccio 1648; la lettera di indizione è del 14.02.1648.
[38] ADV, Sacrae Visitationes, Visita Brancaccio 1659, f. 19.
[39][39] ADV, Sacrae Visitationes, Visita Brancaccio, 1663, f. 19v. Il riferimento a Domenico Magri è qui estremamente sintetico: in effetti in quegli anni il Magri stava redigendo un "indice con larghi regesti di ogni carta […]. Fino ad oggi il repertorio del Magri è il miglior strumento per lavorare nell'archivio, ed anzi assai spesso ha risparmiato a taluno l'esame diretto dei documenti", così scriveva all'inizio del secolo XX l'Egidi ma le sue osservazioni sono valide ancor oggi (Pietro Egidi, L'Archivio della Cattedrale di Viterbo, in "Bullettino dell'Istituto Storico Italiano", 27, 1906, pp. 19-20).
[40] ADV, Sacrae Visitationes, Primus Tomus Visitationis Em. Et Rev. D. Cardinalis Sanctae Crucis Viterbien. Et Tuscanen. Episcopi, f. 19.
[41] ASD, Sacrae Visitationes, Visita Sermattei, f. 86 r-v
[42] Sinodo Sermattei, p. 260-261.
[43] ADV, Sacrae Visitationes, Visitatio Cathedralis, Collegiatarum, Parochiarum, omniumque Ecclesiarum, et Locorum Piorum Viterbii habita ab Ill.mo, et R.mo D. Alexandro de Abbatibus Episcopo Viterbiensis et Tuscanensis, f. 8.
[44] ADV, Sacrae Visitationes, Viterbiensis Prima Visitatio habita ab E.mo, et R.mo D. D. Mutio S.R.E. Cardinali Gallo Episcopo Viterbiensi, et Tuscanensi, anno 1785, vol. I-II.
[45] Ivi, vol. I, f. 5-14; il testo è identificato dai seguenti elementi: stampato In Viterbo, Per Domenico Antonio Zenti, MDCCLXXXV, p. 11.
[47] ADV, Sacrae Visitationes, "Visita Pianetti 1827", vol. I-VII.
[48] ADV, Sacrae Visitationes, Visitatio […] 1818-1824, cit., f. 175r-v
[49] ADV,
Sacrae Visitationes, "Revisio librorum Sac. S. Cathedralis Ecclesiae
Viterbii", in Visitatio […]
1818-1824, cit., ff. 324-357v.
[50] ADV, Sacrae Visitationes, "Revisio librorum R.mi Cleri Viterbiensis", Ivi, ff. 469-471v.
[51] ADV, Sacrae Visitationes, "Visita Pianetti 1827", vol. VI, f. 16v.
[52] ADV, Sacrae Visitationes, "Visita Gaetano Bedini, 1861", vol. I-VI. I quesiti sono 331; il n. 69 ripete il contenuto del n. 71 della visita del Pianetti.
[53] ADV, Sacrae Visitationes, "Visita Serafini 1872", voll. I-IV. Il quesito sugli archivi è il n. 56, ripreso alla lettera dalla visita del Bedini.
[54] ADV, Sacrae Visitationes, "Visita Paolucci 1881", voll. I-IV. E' ripreso lo stesso schema del Bedini.
[55] ADV, Vescovi, Corrispondenza Grasselli.
[56] Stato della Diocesi di Viterbo dell’anno 1880, ms.
[57] Corrado Buzzi (a cura di), La “Margarita iurium cleri Viterbiensis”, Roma, Società Romana di Storia Patria, 1993.
[58] La “Margarita Cornetana”. Regesto dei documenti, a cura di Paola Supino, Roma 1969
[59] Corrado Buzzi (a cura di), Il “Catasto di S. Stefano di Viterbo, Roma, Società Romana di Storia Patria, 1988
[60] Buzzi Corrado, op. cit. , p. VII. I documenti contenuti vanno dal 1375 al 1545.
[61] Ivi, p. VIII. Il ms. fu così intitolato da Giovanni Dasti che lo utilizzò: G. Dasti, Notizie storiche archeologiche di Tarquinia e Corneto, Roma 1878, p. 16.
[62] Ivi, p. VII.
[63] C. Buzzi, La “Margarita”, cit. p. XVIII e XXXIX.
[64] Richard C. Trexler, Diocesan synods in late medieval Italy, in Vescovi e diocesi in Italia dal XIV alla metà del XVI secolo. Atti del VII convegno di storia della Chiesa in Italia (Brescia, 21-25 settembre 1987), I, Roma 1990, p. 295-335.
[65] Ivi, p. 323.
[66] Camillo Scaccia Scarafoni, Gli incunabuli della Biblioteca
capitolare di Viterbo, in “Accademie e biblioteche d’Italia” XIV, 1940, n.
3, p. 182).
[67] Ivi, p. 183. Il manoscritto di Goffredo da Viterbo è stato edito nel 1559 a Basilea e una copia di tale cinquecentina è conservata nella Biblioteca degli Ardenti di Viterbo: Pantheon, sive universitatis libris, qui Cronici appellantur, XX, omnes omnium seculorum et gentium, tam sacras quam prophanas Historias complectentes…, Basileae, Ex Officina Iacobi Parci, 1559.
[68] [68] Del Magri scrisse il Signorelli in pagine diverse della sua opera maggiore, tracciandone una biografia essenziale e citando le opere a stampa: cfr. alla voce in Giuseppe Signorelli, Viterbo nella Storia della Chiesa, cit., voll. II e III.
[69] Camillo Scaccia Scarafoni, Gli incunabuli, cit.,, p. 184.
[70] Léon Dorez, Latino Latini et la
Bibliothèque Capitulaire de Viterbe, in “Revue des Bibliothèques », n.
8 e 9
[71] Pietro Egidi, L’archivio della Cattedrale di Viterbo, in “Bullettino dell’Istituto Storico Italiano”, n. 27, 1906, p. 7-382; n. 29, 1907, p. 83-103; ricordo infine che, nella Miscellanea di studi viterbesi (Agnesotti 1962, p. 315-341), D. Mantovani ha pubblicato un articolo su Goffredo da Viterbo e il Pantheon della Biblioteca Capitolare.
[72] Camillo Scaccia Scarafoni, Gli incunabuli, cit., p. 183-184.
[73] Carla Amici, Il Fondo Latini della biblioteca capitolare di Viterbo, Tesi di laurea discussa nell’anno accademico 1972-1973 nella Facoltà di magistero dell’Università degli studi di Roma (conservata nella Biblioteca degli Ardenti di Viterbo).
[74] Michela Torquati, Il Pantheon di Goffredo nel Ms. I della Biblioteca capitolare di Viterbo, tesi di laurea discussa nella Facoltà di conservazione ei beni culturali dell’Università della Tuscia (conservata nella Biblioteca della Facoltà di conservazione dei beni culturali).
[75] Annuario delle biblioteche italiane. Parte V (Tori-Z), p. 320; Ufficio centrale per i beni librari le istituzioni culturali e l’editoria, Catalogo delle biblioteche d’Italia. Lazio, Roma, Editrice bibliografica, 1992, vol. III, p. 680-681.
[76] Almeno a far fede all’opera di G. Pierotti, Agli alunni del Seminario interdiocesano di Viterbo alla fine del primo anno della sua costituzione, Viterbo 1908. Il Pierotti era un canonico e il rettore del Seminario interdiocesano.
[77] Il decreto è pubblicato nel “Bollettino diocesano”, 1929, p. 76.
[78] Giuseppe Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa, cit., vol. III, Parte II, p. 540; Bruno Barbini, Attilio Carosi, Viterbo e la Tuscia dall’istituzione della provicncia al decentramento regionale (1927-1970), Viterbo 1988, p. 46: qui si legge che l’edificio fu il risultato di trasformazioni e di nuove costruzioni rese possibili da deliberazioni del Comune di “declassare il Largo S. Lucia ( di fronte alla chiesa omonima, che verrà trasformata ed inglobata nel Seminario) nel 1935.
[79] Giuseppe Pierotti, Cenni storici del Seminario Vescovile di Viterbo dal 1637 al 1900, Viterbo 1906; 3° Centenario della fondazione del Seminario di Viterbo 1637-1937, Viterbo 1937. E’ opera promossa dal Seminario interdiocesano di Viterbo.
[80] Regole pel venerabil seminario vescovile di Toscanella 1818, Viterbo 1818.
[81] Giuseppe Giontella, Cronotassi dei vescovi della diocesi di Tuscania, in “Rivista Storica del Lazio” 1997, n. 7, p. 70-71.
[82] Maria Ilia Boninsegna, Catalogo delle cinquecentine del seminario di Tuscania, Tesi di laurea discussa presso la Facoltà di conservazione dei beni culturali dell’Università della Tuscia nell’anno accademico 1997-1998.
[83] Maria Ilia Boninsegna, Catalogo, cit., p. III-IV.