Un profilo di storia economica dello
Stato pontificio in età moderna.
Prima parte: il passaggio all’età
moderna.
Gli storici si sono divisi sui giudizi da dare a proposito
della storia dello Stato pontificio in età moderna.
Vi sono coloro che, seguendo impostazioni storiografiche o
dando espressione a considerazioni politiche, hanno concluso
che nello Stato pontifico uno stato moderno non è mai esistito, cioè uno stato
caratterizzato dalla creazione di un esercito permanente, da una
permanente diplomazia e da un apparato
amministrativo diffuso che tende ad uniformare il sistema fiscale e il sistema
giudiziario per tutto il paese.
Vi sono altri che distinguono almeno due fasi nella storia
dello Stato pontificio: il XV e XVI secolo e i secoli
successivi. Durante la prima fase Roma era divenuta la capitale effettiva di
uno stato nel quale, quasi in un laboratorio, tutti i tratti significativi
dello stato moderno erano stati sperimentati e avviati a maturazione. La
seconda fase, che comprende buona parte del XVII secolo e per intero il XVIII e
il XIX, vede una progressiva involuzione dell’organizzazione statale che non
tiene più il passo delle monarchie europee ed anzi
perde anche alcune delle caratteristiche che l’avevano caratterizzata nella
fase d’avvio.
Un testo che riassume con precisione le posizioni più
aggiornate di coloro che contestano la “modernità”
dello Stato pontificio è il volume di Mario Caravale,
Alberto Caracciolo, Lo Stato pontificio da Martino V a Pio IX, Torino,
Utet, 1978 (Storia d’Italia, XIV) mentre lo studio di Paolo Prodi, Il
sovrano pontefice. Un corpo e due anime: la monarchia papale nella prima età
moderna, Bologna, Il Mulino, 1982 rappresenta la sintesi più efficace di
quella corrente di studi che sottolinea le peculiarità dell’esperienza dello
Stato pontificio e gli attribuisce le caratteristiche di stato moderno a tutti
gli effetti, almeno nella prima fase della sua storia.
Questo confronto tra storiografie ha fatto sentire i suoi
effetti anche nello studio delle vicende economiche della storia dello Stato
pontificio, vicende comunque molto meno attentamente considerate dei profili
politici e delle vicende istituzionali dello stato. Vi sono coloro che hanno
accentuato le carenze e i ritardi di una macchina amministrativa che non è mai riuscita
ad incidere in profondità sulla vita economica del territorio: e questo
confermerebbe la tesi secondo la quale, anche per questo motivo, qui non si è
creato uno stato moderno. Altri studiosi, senza entrare nella questione sopra
accennata, hanno approfondito alcuni degli aspetti della vita economica dello
stato e sono proprio questi studi che vorrei brevemente presentare prima di
entrare a tratteggiare, almeno sommariamente, le vicende della storia economica
dello Stato pontificio in età moderna.
La vita economica nello Stato pontificio tra XV e XVI secolo.
“Rispetto al Quattrocento
il mutamento più rilevante appare consistere nel progressivo attenuarsi della
vivacità mercantile dei ceti cittadini. La nuova situazione politica della
penisola e dell’intera Europa riduce sensibilmente lo slancio economico delle
città pontificie specialmente nella seconda metà del Cinquecento e favorisce un
graduale ripiegamento sulla terra dei ceti comunali. La stessa Ancona, che tra
la fine del secolo XV e la prima metà del successivo, aveva goduto di un
notevolissimo sviluppo di attività, conosce ora una decisa riduzione dei propri
traffici. Si attenuano di conseguenza le spinte dei
governi cittadini a cercare collegamenti e sostegni nei limitrofi Stati
italiani, anche contro il volere della S. Sede, come era accaduto nei secoli
passati. Di modo che sembrano ridursi i contrasti con il papato, il quale si
mostra pienamente rispettoso dei poteri dei governi cittadini e dei privilegi
di cui godono i ceti che controllano tali governi. Il riconoscimento formale
della superiore autorità della S. Sede non appare più in discussione nella
seconda metà del Cinquecento” (Mario Caravale, Lo
stato pontificio da Martino V a Gregorio XIII, in M. Caravale,
A. Caracciolo, Lo Stato pontificio, cit., p. 355-356)
La domanda di terra è favorita però anche da altri fattori
che potremmo definire extra-economici: un incremento del patrimonio fondiario
ecclesiastico caratterizza, ad esempio, la storia economica di alcune aree in Italia
(come nella Repubblica di Venezia e nello Stato pontifico) tra XV e XVI secolo.
Si tratta talvolta di donazioni “ad pias causas” (come si chiamavano
i lasciti testamentari che erano finalizzati alla celebrazione di divini uffici
per il riscatto delle anime dei defunti dalle pene del Purgatorio) ma erano
spesso acquisti che venivano fatti dalle istituzioni ecclesiastiche o dalle
famiglie importanti nella Corte romana, grazie anche al consistente flusso di
denaro che da ogni parte d’Europa perveniva a Roma per le tasse consuete (le
“decime”) o quelle straordinarie (come le offerte per la costruzione di San
Pietro) a cavallo dei due secoli (Carlo Maria Cipolla, Storia economica
dell’Europa pre-industriale, Bologna Il Mulino, 1974, p. 60-64)
“Le seconda metà del
Cinquecento fu “l’estate di San Martino” dell’economia dell’Italia
centro-settentrionale, ma in quella stessa estate di San Martino erano insiti i
germi delle future difficoltà. La ricostruzione fu ricostruzione di vecchie strutture e
la ripresa avvenne secondo direttrici tradizionali. L’ordinamento
corporativistico si rafforzò: il numero delle corporazioni artigiane, animate
soprattutto da egoistici interessi di gruppo e volte a limitare la concorrenza
all’interno del gruppo o a sostenere artificialmente i salari, crebbe a
dismisura irrigidendo pericolosamente la struttura produttiva del Paese. Questi
elementi vennero a pesare negativamente sulla competitività delle manifatture e
dei servizi italiani sui mercati internazionali: purtroppo per l’Italia non era
quello il momento in cui permettersi il lusso di perdere nel grado di
competitività.
La prosperità dell’Italia, per sua natura povera di materie
prime, dipendeva tradizionalmente dalla capacità di esportare un’alta
percentuale delle manifatture e dei servizi prodotti. Nel corso del Cinquecento
e soprattutto nella seconda metà del secolo altri Paesi e in particolare i
Paesi Bassi settentrionali e l’Inghilterra svilupparono le loro attività
manifatturiere e armatoriali su scala e con metodi nuovi. I loro prodotti si
affermarono presto sul mercato internazionale. Fino ai primi del Seicento, il
protrarsi nel lungo periodo di una congiuntura internazionale sostanzialmente
brillante servì a coprire le magagne dell’apparato produttivo italiano. La domanda
era esuberante e poteva mantenere in piedi produttori efficienti e produttori
meno efficienti e marginali. Dietro l’allegra facciata però l’Italia slittava
insensibilmente da una posizione di avanguardia ad una
posizione di marginalità.” (Ivi, p. 274-275).
Una svolta nella vita economica dello Stato pontificio
poteva venire dalla scoperta dei giacimenti di allume sui Monti della Tolfa, a nord di Roma, avvenuta nel 1461-1462, scoperta che
avviò immediatamente un florido commercio di questo prezioso minerale per le
attività manifatturiere nel campo dei tessuti, del pellame e del vetro, tra il
Lazio e il resto dell’Europa occidentale. Su questo tema si ritornerà in una
successiva lezione. Basti dire qui che ad avvantaggiarsi della scoperta furono
soprattutto le finanze degli appaltatori dello sfruttamento dell’allume tra i quali troviamo sia i Medici che i Chigi.
Le insufficienze dell'agricoltura nello Stato pontificio tra
Cinquecento e Seicento.
L’aumento della popolazione che segnò anche la storia del
XVI secolo nello Stato pontificio mise in luce la critica situazione
dell’agricoltura. “La messa a coltura di nuovi appezzamenti implicava, nelle
province di qua e di là dell' Appennino, la
utilizzazione di terreni marginali di montagna, determinandone il rapido
esaurimento e un peggioramento nel regime dei boschi e delle acque. Perché non
operasse pesantemente il principio dei rendimenti decrescenti nell'agricoltura si sarebbe dovuta verificare l'introduzione di
nuove tecniche o di colture più redditizie; si ebbe invece soltanto qualche
tentativo di miglior disposizione dei solchi e degli spurghi nei declivi
collinari e poi, inoltrandosi il Seicento, la diffusione del mais, destinata
però a risolversi piuttosto in un espediente per sovvenire alla fame dei contadini
senza diminuire la quota di grano destinata al commercio che non in uno stimolo
a quel che noi chiameremmo una <rivoluzione agraria>. Persistevano
insomma le condizioni perché ogni singolo centro o villaggio si trovasse con
una disponibilità abbastanza stazionaria di cereali, vino, olio, latticini,
carne, quando invece spesso era aumentato del doppio il numero delle bocche. Di
qui le periodiche carestie, il banditismo, gli esodi, le malattie, così
insistenti da rappresentare alla fine un freno naturale allo squilibrio
crescente fra popolazione e produzione.
Per vari decenni fra XVI e XVII secolo si manifestò anche
nello Stato della Chiesa un rapido rialzo dei prezzi - per il grano, sulla
piazza di Roma in un secolo fu dell'ordine di tre volte -, che solo verso il
1630 trovò il suo punto di arresto. Ma lo stimolo alla
produzione e alla mercantilizzazione dell'economia,
tipico delle fasi inflazionistiche, dopo avere operato positivamente
all'inizio, finì per tradursi in una difficoltà supplementare. Nei Domini
pontifici l'aumento dei consumi procedette infatti con
una velocità tale, a Roma prima di tutto, da non consentire una copertura con
altrettanti aumenti di reddito e da creare scompensi gravi che si trasferivano
ora dall'erario ai contribuenti troppo tassati, ora dai ceti più avidi di lusso
e prestigio agli affaristi, ora più in generale dai confini dello Stato alle
casse dei forestieri. Anche i proprietari di terre, che avrebbero dovuto
giovarsi dallo svilimento monetario, in realtà per la piccolezza dei loro fondi
o per il loro assenteismo di redditieri dovevano rimettersi ad
intermediari speculatori, che finivano per spostare fuori dall’agricoltura ogni
maggior profitto. Tutto era divenuto più caro sul mercato, ma sembrava che
nessuno riuscisse ad avvantaggiarsene in modo stabile, salvo i banchieri
genovesi e francesi: nessuno soprattutto si preoccupava di investire in modo
produttivo, trascinato com’era dall’ambiente romano in una corsa alle spese
vistose, alle cariche di apparenza, all’inserimento nel troppo mutevole
ambiente dei prediletti del papa.
Si guardi al periodo di regno di Sisto V, notevole sia per
la somma di decisioni prese dal pontefice sia per la congiuntura economica da
cui fu segnato. Grandi sforzi furono fatti per la bonifica delle paludi
pontine. Un nuovo rettilineo canale di scarico delle acque, intitolato a papa
Sisto, fu aperto dalle falde dei monti fino a Terracina. Questo ed altri lavori
portarono qualche beneficio alla regione, ma non bastarono a trasformare quella
zona, abbandonata ai bufali, alle pecore e addirittura alla pesca,
nell’auspicato granaio dell’Annona. Né in generale nel paese si riuscì a
frenare la tendenza dei proprietari e dei loro fittavoli, specialmente i più
prossimi a Roma, all’abbandono delle coltivazioni a vantaggio dell’allevamento di pecore, ai cui prodotti il mercato di Roma offriva uno
sbocco crescente per quantità e per livello dei prezzi delle carni, lane,
latticini. In realtà il governo stesso era interessato piuttosto ad alimentare
queste produzioni, e con esse i tributi delle dogane di pascolo, che non a
sostenere le colture agrarie, come pure affermava quasi ogni papa con nuovi
bandi e premi” (Alberto Caracciolo, Da Sisto V a Pio IX, in M. Caravale,
A. Caracciolo, Lo Stato pontificio, cit., p. 378-379).
I proventi che derivavano dai pascoli erano da tempo una voce importante per le finanze pontificie: uno
studio realizzato all’inizio degli anni Ottanta sulla Dogana delle pecore nella
Provincia del Patrimonio nel XIV e XV secolo ha rilevato che le somme
introitate da quella Dogana e inviate a Roma alla Camera Apostolica erano
equivalenti a tutti gli introiti che il Tesoriere del Patrimonio metteva
insieme nello stesso periodo e che poi gli servivano per il pagamento della
burocrazia nella stessa Provincia (Jean-Claude Maire Vigueur, Les paturages de l’Eglise et
Parte seconda: il secolo XVII.
Nonostante le affermazioni di alcuni viaggiatori e di
ambasciatori da Roma che descrivevano i territori dello Stato pontificio nel
XVII secolo ancora fertili e capaci di produrre quella ricchezza che poi si
manifestava nella magnificenza della città, dei suoi palazzi e delle sue
chiese, nelle fortune che si potevano in breve tempo accumulare con le rapide
carriere nella Curia romana, anche lo Stato pontificio avvertì le conseguenze
di quella depressione seicentesca che imperversò in tutta Europa. Gli storici
dell’economia tendono a spiegare la crisi europea come una svolta di carattere
strutturale: la produttività agricola, la messa a coltura dei terreni, le
tecniche impiegate avevano raggiunto il loro punto più elevato in relazione
alle conoscenze ed alle regole che quel periodo storico esprimeva. E la stessa
cosa valeva anche per le attività manifatturiere: anche qui l’impiego delle
macchine e il lavoro dell’uomo, l’uso delle materie prime e la circolazione dei
prodotti finiti avevano toccato le punte estreme che potevano essere superate
solo da innovazioni nell’uno o nell’altro settore. E’ per questo motivo che
solo mutamenti di carattere strutturale avrebbero potuto consentire il
superamento di quella fase di stallo e di recessione nella quale l’economia era
sprofondata.
Vi erano stati però anche una serie di fattori
congiunturali, cioè legati a situazioni ed a fatti contingenti, che avevano
ulteriormente aggravato lo stato dell’economia in Europa e, in particolare,
nell’area Mediterranea. Una per tutte la Guerra dei Trent’Anni (1618-1648) ma
poi le carestie degli anni Venti e della metà del secolo, infine le epidemie di
peste che distrussero quello che guerre e carestie avevano risparmiato, sono
eventi di portata gigantesca oltre che drammatica. Si pensi agli effetti della
peste del 1630-
La peste del 1630-1631 era stata preceduta da alcuni anni di carestie e di fame: nel
Terminata l’epidemia (che in Toscana e nel
Veneto si protrasse per tutto il 1631), una nuova carestia si manifestò
all’inizio degli anni Quaranta questa volta seguita da un epidemia
di tifo negli anni 1648-1649 mentre una nuova ondata di peste si abbatté
sull’Italia centro-meridionale negli anni 1656-1657. Questa epidemia giunse via
mare: arrivò dalla Spagna in Sardegna nel 1652 dove rimase sino al 1657;
nell’aprile del 1656 giunse a Napoli, nel giugno a Roma, nel settembre a Bari.
Nello Stato pontificio, oltre a Roma che soffrì ma in forma meno drammatica di
altre città, furono contagiati numerosi centri del
Lazio tra i quali Civitavecchia, Nettuno, Velletri, Rieti e Viterbo, fermandosi
ai confini con l’Umbria e
Le devastazioni provocate da questa grande epidemia hanno
fatto dire ad alcuni studiosi che almeno un quinto di tutta la popolazione morì
in quegli anni per questa ragione: i dati relativi a
Viterbo fanno pensare ad effetti anche molto diversificati tra area e area, tra
città e città. Certamente il numero dei morti però fu, ancora una volta,
particolarmente elevato.
Nel 1622 risulta essere stata
costituita una “Universitas
affidatorum” tra allevatori di bestiame della
Provincia del Patrimonio: forse non era questa la prima volta che gli
allevatori si erano associati per difendere meglio gli interessi della propria
arte. E’ certo che quell’associazione testimoniava bene della vocazione
perdurante dell’economia rurale dello Stato pontificio che prediligeva le
greggi rispetto alle colture, la lana rispetto ai cereali, l’attività di
sfruttamento estensivo rispetto a quello intensivo. “…se nei decenni precedenti
la zappa e l’aratro erano saliti a dissodare terre nuove, a cercar di dar cibo
ai sudditi via via più numerosi e procurar merci
vendibili ai forestieri, abbattendo boschi e macchie, adesso si sentiva il
peso di un’ondata di ritorno: troppi appezzamenti dopo ogni epidemia o guerra
non trovavano braccia adeguate, troppi terreni sassosi e impervi cessavano di
dare buoni raccolti, troppi signori di antica data o recente trasferivano i
loro redditi in spese di prestigio in città o in villa oppure nell’acquisto di
titoli di rendita redimibili, stornando ricchezze dalla produzione agricola. Il
rinvilimento dei prezzi mondiali di ogni sorta,
compresi i prezzi di grano, olio, vino, legname riduceva i margini di
remunerazione degli agricoltori, spingendo i più piccoli a ritornare alle
colture di sussistenza ed autoconsumo e gli altri a indebitarsi con speculatori
o ritirarsi a loro volta. L’<arte del campo>, si affermava in età di
Alessandro VII, soffriva dei bassi prezzi, uniti alle gravose spese commerciali
e usuraie.
Per uno Stato molto variegato territorialmente e tutto
longitudinalmente disposto, il ritrarsi della granicoltura e dell’estensione
delle colture in genere ha però differenti conseguenze fa area ad area. Il
Lazio, per esempio, si trova nel caso descritto dal Sereni (E.
Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Bari 1961, p. 193)
secondo cui <la rinnovata diffusione del sistema agrario a campi ed erba e
l’allargamento delle superfici a pascolo divengono gli agenti di una
impressionante degradazione e disgregazione del paesaggio agrario, aggravata
sovente dagli impaludamenti>. Invece in alcune zone settentrionali,
particolarmente umide e poco popolate stabilmente, l’occasione è propizia per
l’affacciarsi del riso e della canapa, due colture destinate a grandi progressi
futuri. Un po’ dovunque, inoltre, procede la diffusione dei cereali minori, o
di legumi, o di mais, come sostitutivo al frumento nell’alimentazione animale
ed umana, per quanto almeno ne sappiamo dalle poche indagini finora condotte in
proposito. Non si hanno notizie di importanti cure ai
soprassuoli, mentre disposizioni come quella di Alessandro VII contro la
distruzione di alberi di alto fusto da parte dei forestieri ci rammentano come
a sua volta il manto forestale fosse molto minacciato, in tempi di ricorrenti
guerre e di grandi costruzioni navali, senza che al suo posto si stabilissero
corrispondenti aree coltivate” (Alberto Caracciolo, Da Sisto V a Pio IX, in M. Caravale, A.
Caracciolo, Lo Stato pontificio, cit., p. 427-428).
Gli interventi pontifici per affrontare i problemi dell’Annona
e dell’approvvigionamento di derrate alimentari della città di Roma e, a monte, i problemi dello sviluppo dell’agricoltura sono
numerosi nel Seicento ma non producono alcun effetto, numerosi e più efficaci
mano a mano che ci si inoltra nel Settecento.
“…fu un periodo costellato di interventi vincolistici, che
pretendevano di fissare prezzi, condizioni per la macinazione, entità delle
licenze di <tratta> all’estero, secondo criteri imperativi che urtavano
poi contro le oscillazioni della domanda e dell’offerta da un lato, contro il
permanere di privilegi e di esenzioni dall’altro. Per il divieto totale di
esportazione si ricorda soprattutto Urbano VIII, mentre un più articolato
decreto si fece sul finire del 1689, su proposta di una laboriosa congregazione
di esperti: esso consentiva l’estrazione dei <grani di Castro> solo
quando il grano costasse sulla piazza di Roma meno di 6
scudi a rubbio e l’estrazione anche da ogni altra provincia solo quando
scendesse sotto ai 4 scudi e mezzo.
Questa sorta di <scala mobile> assolse per qualche
tempo la sua funzione a vantaggio dell’approvvigionamento delle popolazioni.
Essa metteva però ulteriormente in risalto la passività della bilancia
commerciale sul periodo lungo. Quando infatti non si
esportavano grani, i beni da vendere ai riducevano a voci ricche ma di poca
quantità, per esempio oggetti artigianali o di chiesa, oppure alcuni prodotti
minerari, che si tentava faticosamente di valorizzare, come l’allume e lo
zolfo. Benché ci manchino dati merceologici sistematici sul commercio estero
dell’epoca, a causa dell’anarchica condizione delle dogane, è pur certo che il
deficit doveva essere sempre più preoccupante, quanto più al crescere dei
consumi interni non corrispondeva una altrettanto
crescente disponibilità di beni da esitare all’estero.
Si spiegano in questo quadro, oltre che come risposta a una esigenza di austerità di costumi e di temperamento della
vistosità esteriore, le leggi suntuarie, introdotte specialmente sotto
Innocenzo XI e Innocenzo XII, cioè negli ultimi due decenni del secolo. La
“prammatica sopra la moderazione del lusso” del 1694 ne fu l’espressione più
piena, sebbene restasse largamente disattesa nei fatti. Essa tendeva a far
fronte a una domanda di raffinati prodotti di seta ed articoli per addobbo di
palazzi, chiese, carrozze, che il tipo di vita dominante nelle città grandi e
piccine dello Stato rendeva incalzante e dei quali in gran parte si facevano
ordinazioni all’estero. E si preoccupava di arginare la
rapida svalutazione monetaria e la rarefazione di numerario, conseguenti
anch’esse a questa passiva bilancia internazionale” (Ivi, p. 428-429).
Parte terza: il secolo XVIII.
Gli
effetti del trend negativo che aveva caratterizzato il XVII secolo si
avvertirono per quasi tutto il primo quarantennio del Settecento anche in
Italia. Se a ciò si aggiunge che, nello Stato pontificio, la tensione verso la
centralizzazione dell’apparato amministrativo e la modernizzazione della vita
economica continuava ad essere assai debole e che il primo Settecento vide
nuovamente l’Italia teatro dei conflitti tra le maggiori potenze europee, si
arriva a cogliere i tratti della vicenda politica ed economica che
caratterizzerà la prima metà del secolo in questo paese, una vicenda
caratterizzata dal succedersi di pontefici anche attenti ai problemi della vita
economica ma incapaci di incidere in maniera significativa nella debolezza
dello stato. Dagli anni Quaranta del XVIII si assiste ad
un’ inversione di tendenza, nel senso di una ripresa economica, la quale però
non coinvolge se non marginalmente lo
Stato pontificio e la maggior parte della penisola italiana.
La
legislazione del primo Settecento sembra caratterizzata dall’intento dei
pontefici di intervenire a sollevare le condizioni soprattutto delle fasce più
deboli sia con la creazione di nuovi organismi (
Dopo il pontificato di Benedetto XIII, venne eletto un papa fiorentino, Lorenzo Corsini,
con il nome di Clemente XII (1730-1740). Il suo pontificato rappresentò
l’ultimo tentativo di una famiglia nobile dell’età delle signorie di tenere in
mano, attraverso il papato, le sorti della politica italiana. Fu l’ultimo discendente
di una grande famiglia di banchieri fiorentini e per questo la sua elezione
suscitò grandi speranze ed aspettative. Lorenzo Corsini
aveva ricoperto la carica di Tesoriere della Camera Apostolica e la sua azione,
in controtendenza rispetto a Benedetto XIII, riguardò soprattutto il commercio
e l’industria, e fu tesa all’eliminazione dei vincoli protezionistici che ne
impedivano il naturale sviluppo.
In questa fase della sua storia appaiono
con maggiore evidenza le tendenze contrapposte che caratterizzarono la politica
di sviluppo dello Stato pontificio: una fortemente
conservatrice e legata alle strutture tradizionali, l’altra improntata ad
iniziative anche nuove e coraggiose. Dal 1740 alla fine del secolo si succedono
quattro pontefici (Benedetto XIV, Clemente XIII, Clemente XIV e Pio VI)
accomunati da diverse caratteristiche, come la lunga durata del loro
pontificato (che per Pio VI arriva quasi ad un quarto
di secolo) e dalla provenienza: nessuno di loro era un rampollo delle famiglie
dell’aristocrazia romana o laziale legate alla Curia. La loro origine era
diversa, arrivavano dalle province settentrionali dello Stato pontificio,
(salvo Carlo Rezzonico il quale era veneziano), influenzate da interessi di
tipo europeo. Prospero Lambertini proveniva da
Bologna, Lorenzo Ganganelli da Sant’Arcangelo di
Romagna, Giovanni Angelo Braschi da Cesena.. Ma la caratteristica che meglio li accomuna è il loro
tentativo di procedere sulla strada delle riforme nonostante gli ostacoli che
incontrano nel cammino.
Gli anni Quaranta del XVIII si aprirono
con l’elezione di Prospero Lambertini, diventato papa
dopo sei mesi di lungo conclave, con il nome di Benedetto XIV. Certo l’eredità del passato pesava sulle
finanze; Clemente XII aveva accumulato durante il suo pontificato gravi debiti.
L’azione riformatrice di Benedetto XIV in materia economica però si dimostrò
forte ed incisiva. Il suo primo intento era quello di estirpare gli abusi
esistenti, senza intaccare, tuttavia la base dell’assetto economico e di potere
sul quale si reggeva quella classe dirigente.
La politica di papa Lambertini
si rivolse anche alla questione del commercio interno dei grani. Benedetto XIV prese una decisione di notevole importanza,
mirante alla formazione di un mercato
delle merci agricole. Dopo essersi reso conto che il frazionamento economico
dello Stato e la presenza di una miriade di ostacoli che si frapponevano al
commercio di vettovaglie era dannoso e pericoloso per l’economia, con il motu proprio del 29 giugno 1748 sancì la libera
circolazione interna non solo dei grani, ma in generale di tutte le merci. Questo provvedimento nasceva dalla sua
esperienza di vescovo a Bologna, quando aveva constatato che il controllo sulla
circolazione interna delle merci causava artificialmente carestie ed
avvantaggiava esclusivamente contrabbandieri e speculatori.
L’intento di unificare tutto il territorio
dello Stato pontificio sotto il profilo economico, rendendo unico il mercato
era ancora una volta limitato, da un lato nello spazio, in
quanto la libertà granaria non era estesa ai territori soggetti alla
Prefettura dell’Annona di Roma, dove continuarono a sussistere disposizioni
vincolistiche e dall’altro non vennero aboliti i dazi ed i pedaggi, che
rappresentavano un serio impedimento alla circolazione interna delle merci. Uno
dei limiti della sua politica liberista era rappresentato dal permanere di
questi numerosi pedaggi, dazi ed altri ostacoli, senza l’abolizione dei quali
poco efficace era la proclamazione della libera circolazione interna delle
merci, ancora meno se non supportata da sanzioni pratiche in caso di
infrazione, che il dettato della legge non prevedeva.
Sotto il pontificato di Benedetto XIV
diventarono sempre più frequenti le discussioni ed i progetti relativi al
sistema doganale di cui si lamentava, sotto il profilo amministrativo, la
difformità in relazione alle autonomie conservate da Bologna e Ferrara, nonché
per il regime “sui generis” di cui godeva Roma ed il suo distretto. Queste
problematiche riemergono nell’ultimo periodo del pontificato di Benedetto XIV,
riprese soprattutto ad opera del Tesoriere generale
Nicolò Perrelli, sia sotto il pontificato di Clemente
XIV, quando il mercante romano Belloni, insieme al
funzionario milanese Bettinelli ed al Tesoriere
generale Gianangelo Braschi,
futuro papa, portarono avanti, sviluppandolo, quel progetto di riforma delle
dogane generali ai confini, realizzato più avanti sotto Pio VI.
Alla morte di Benedetto XIV venne eletto un papa veneziano, Carlo Rezzonico, con il nome
di Clemente XIII (1758-1769), personaggio gradito alle potenze europee
cattoliche, ma che si trovò subito in contrasto con esse sulla questione della
Compagnia del Gesù. Luigi Dal Pane riscontra durante il pontificato di Clemente
XIII un arresto del moto progressivo avviato sotto il suo predecessore, almeno
sino al 1766, anno in cui diventa Tesoriere generale della Camera Apostolica Gianangelo Braschi. Non va però
dimenticato che durante il pontificato di papa Rezzonico lo Stato pontificio
visse un periodo particolarmente difficile. Una tremenda carestia colpì i
domini pontifici, e non solo, tra il 1763 ed il 1764,
la quale venne addebitata non solo alle avversità del tempo (siccità ed
eccessiva pioggia), ma anche all’incapacità del governo pontificio che si mosse
in ritardo e con misure spesso dimostratesi controproducenti. La carestia mise infatti a nudo la debolezza della struttura agraria dei
territori dello Stato ecclesiastico, del suo apparato statale, della
amministrazione locale, delle Congregazioni speciali e degli istituti annonari.
La carestia del 1763 non colpì indifferentemente tutto lo Stato con la stessa
intensità,
Nella primavera-estate del 1764 un’altra
carestia colpì lo Stato pontificio, con epicentro non a Roma, ma nelle
province, che videro l’aggravarsi di una situazione già penosa. Fortunatamente
l’annata 1764-65 si rivelò, nella realtà delle cose, meno cattiva di quanto si
temesse. Le province annonarie ebbero una produzione di circa centomila rubbia di grano in più rispetto all’anno precedente e
l’ausilio dei mercati del nord Europa resero questo
anno più tranquillo.
Malgrado l’apparente centralizzazione dello Stato
pontificio, il governo non poteva che
esercitare uno scarso controllo sulle periferie, le quali erano caratterizzate
da una grande differenziazione che sfociava sovente in anarchia. Alla morte di Clemente XIII si aprì il
conclave per l’elezione del nuovo pontefice, conclave che durò tre mesi. La
questione gesuitica era ancora scottante ed era stata lasciata irrisolta da
papa Rezzonico. Il nuovo pontefice, Lorenzo Ganganelli,
Clemente XIV, si trovò ad affrontare una situazione particolarmente difficile e
di contrasto con i sovrani europei che impedì lo svilupparsi di ogni tentativo
riformatore, anche se il pontefice mostrò particolare attenzione per la materia
annonaria e quindi per le classi più umili.
Il
lungo pontificato di Gianangelo Braschi
(1775-1799), diventato pontefice con il nome di Pio VI, va visto ed inquadrato nell’insieme delle sollecitazioni
illuministiche, provenienti dall’esterno, ma anche ormai radicate nel ceto
dirigente pontificio. Il Braschi, già Tesoriere dal
1766, ben conosceva la situazione dell’erario, stabile nel suo disavanzo
cronico, incapace di fare fronte al debito pubblico e i suoi progetti di
riforma si spinsero sin dall’inizio in questo senso. Attorno a lui si creò un
circolo di esperti, alcuni provenienti dall’Italia settentrionale, altri provenienti dall’estero, come il De Miller (lorenese), il Vergani (lombardo), il Cacherano
(piemontese), il Moltò (spagnolo), le cui voci si
unirono a quelle di economisti e di tecnici e scrittori provenienti dalle
province settentrionali dello Stato pontificio.
Il
pontificato di Pio VI si concentra principalmente su tre importanti e
fondamentali riforme economiche: l’abolizione dei pedaggi, la realizzazione del
catasto generale e l’istituzione delle dogane ai confini. Il disavanzo del
bilancio pontificio, costante caratteristica per tutto il corso del Settecento
aveva radici profonde: il contrasto con le corti causava diminuzioni nelle
entrate; le spese per i bisogni straordinari (passaggi di truppe, carestie e
guerre) e per le opere di pubblico interesse erano cresciute. La soluzione a
questi problemi non era semplice; per colmare il disavanzo occorreva diminuire
le spese ed aumentare le entrate, attraverso progetti che si proponessero di
accrescere la produzione e diminuissero il commercio passivo.
Con
il motu proprio del 27 luglio 1776, Pio VI istituì
una Congregazione che aveva il compito di definire alcune leggi in materia
economica ed altre tese al raggiungimento di una
maggiore unità amministrativa e doganale. Nell’aprile un editto imponeva il
controllo dei titoli in base ai quali le Comunità, persone laiche o
ecclesiastiche, corporazioni ecc. esigevano pedaggi: un’apposita
Congregazione ne avrebbe valutato la fondatezza, fissando i dovuti indennizzi
per quelli giustificati e validi, ma tutti sarebbero stati comunque aboliti.
Pio VI auspicava così la libera circolazione di uomini e mezzi all’interno
dello Stato e con ciò andava a colpire interessi particolari (di baroni e di
ecclesiastici privilegiati).
Altro
importante provvedimento progettato da Pio VI era la predisposizione di un
catasto unico ed uniforme per tutto lo Stato, con
l’eccezione di Bologna, Ferrara e del distretto di Roma. Il 21 luglio si
adunava
Il
15 dicembre 1777 il prefetto della Congregazione del Buon Governo, il cardinale
Antonio Casali, pubblicò un “Editto sopra la formazione del catasto o allibrazione universale del terratico
nelle cinque Provincie dello Stato Ecclesiastico” ed
una “Istruzione per formare i catastri”. A Bologna
analoghi provvedimenti furono pubblicati dal cardinale Legato Boncompagni con
una notificazione del 16 agosto 1780, mentre a Ferrara la rettifica dei catasti
era stata iniziata già dal
L’operazione
si svolse in tre fasi: nella prima vennero raccolte le
“assegne” (dichiarazioni) dei proprietari; nella
seconda le commissioni locali stabilirono il valore dei diversi tipi di terreno
nelle varie località dello Stato; nella terza i valori teorici stimati vennero
associati ai singoli terreni denunciati dai proprietari. Era nella sostanza un
catasto “a misura” ed all’inizio senza esenzioni per
ecclesiastici e privilegiati, basato anche sul calcolo della “intrinseca
feracità” dei terreni e quindi sulla loro potenziale produttività.
La
compilazione del catasto piano durò diversi anni dando luogo a molte
controversie e ricorsi dei proprietari contro gli accertamenti effettuati dalle
commissioni e, nonostante la rigidità del governo in materia, si finirono per
ripristinare esenzioni.
Per
quanto riguarda la Campagna romana e le aree escluse dalle disposizioni
catastali del 1777-78 i problemi non furono minori.
L’altro
grande provvedimento di Pio VI, l’erezione delle dogane generali ai confini, si
compì sotto il tesorierato di Fabrizio Ruffo nel
1786. Il 26 aprile 1786 con un chirografo Pio VI approvava il piano di
esecuzione del Ruffo ed il 30 il Tesoriere generale
firmava l’editto sulle gabelle da
applicare alle dogane di confine dello Stato pontificio. Provvedimento questo
di grande importanza per la concezione unificatrice ed accentratrice su cui si
basava, rompendo per la prima volta lo “status” peculiare di Roma e del suo
distretto.
L’editto
del Tesoriere generale stabiliva la libertà di circolazione interna ed
esenzione dai dazi e dalle gabelle all’interno dello Stato pontificio per le
manifatture nazionali; libertà di estrazione dallo Stato pontificio, senza
pagamento del dazio e con diritto ad un premio di
esportazione, delle merci di buona qualità; libertà di esportazione ed
esenzione dei generi grezzi dello Stato che ne avessero fino ad allora goduto,
ad eccezione di alcuni; applicazione, all’importazione delle manifatture
forestiere di un dazio variabile in base alle esigenze dell’economia nazionale.
La
cinta doganale prevista seguiva i confini dello Stato, escludendo le Legazioni
di Bologna e Ferrara, ed era individuata quindi dai confini di queste due Legazioni
verso la Romagna, da quelli del Granducato di Toscana e del Regno di Napoli e
dalle spiagge dell’Adriatico e del Mediterraneo. I porti franchi di Ancona e
Civitavecchia erano considerati fuori della cinta doganale, anche se nel suo
ambito erano comprese le due città.
Le
Legazioni di Bologna e Ferrara godevano di un regime
particolare, restando in vigore il privilegio da loro goduto di poter inviare,
senza il pagamento di gabelle, le loro manifatture nelle altre province dello
Stato che, con la stessa esenzione potevano esportare in quelle i loro generi
grezzi. Nel 1790 un editto tentò di includere anche Ferrara nella legislazione
generale, ma l’opposizione locale fu così forte da rendere vano ogni
provvedimento. Bologna e Ferrara rappresentavano il punto dolente, una deroga
continua al principio di uniformità amministrativa.
Con
la rivoluzione romana si chiude il XVIII secolo, un
secolo denso ed importante per quello spiraglio di modernità che aveva portato
nello Stato pontificio.
Parte quarta: il secolo XIX.
Gli
echi della Rivoluzione francese e poi le conseguenze delle decisioni che furono
prese in Francia a proposito del patrimonio ecclesiastico, dello status del
clero, dei territori sotto giurisdizione dello Stato pontificio (Avignone e il
Contado Venassino), dei rapporti tra il clero francese e Roma, sommate alla
situazione politica internazionale e alla guerra tra le potenze europee alleate
contro
Il
ritorno a Roma del Papa avvenne nel maggio 1814 e da allora si avviò quel
processo di recupero degli antichi territori che portò alla completa
ricostituzione dello Stato pontificio (salvo Avignone e il Contado Venassino in Francia e alcune rettifiche di frontiera a
vantaggio dell’Austria nel ferrarese).
Il quindicennio di turbolenze era
stato apportatore anche di innovazioni, alcune
accettate dalla stessa corte pontificia, altre introdotte dai francesi, quasi
tutte mantenute dopo l’avvio della Restaurazione quando si procedette alla
riorganizzazione generale dello Stato, espressa dal motu
proprio di Pio VII del 6 luglio 1616, che riguardò sia le circoscrizioni
amministrative che il sistema giudiziario, i rapporti tra il potere centrale e
quello locale, le modalità di una prudente apertura ad una rappresentanza
popolare (limitata agli aristocratici, al clero e ai borghesi facoltosi) negli
organi direttivi del governo delle comunità (per un approfondimento
dell’amministrazione a nord di Roma vedi Motu proprio
di Pio VII).
Altri
interventi riguardarono più direttamente la politica economica ed erano in
relazione al fatto che, ormai in maniera definitiva, anche i territori dello
Stato erano entrati a far parte del mercato internazionale come si avvertì
chiaramente tra gli anni Venti e Trenta dell’Ottocento quando l’arrivo di grano
russo sul mercato romano fece precipitare il prezzo alla metà e poi ad un
quarto del valore precedente mettendo seriamente in crisi la sopravvivenza di
molte aziende e imponendo una serie di interventi più incisivi.
Il periodo francese aveva introdotto
alcune sperimentazioni in campo agricolo che successivamente
vennero mantenute e in alcuni casi ampliate come quella della diffusione del
gelso e dell’allevamento dei bachi da seta, come la qualificazione
dell’allevamento delle pecore per la produzione di lana “merinos”,
come lo sviluppo della canapicoltura e della linicoltura, del tabacco e della
barbabietola da zucchero. Il limite al rinnovamento dell’agricoltura era dato
però dalla persistenza del latifondo e dalla poca cura che i latifondisti
ponevano nello sfruttamento delle loro proprietà. Durante il periodo francese
c’era stata la creazione di una fascia di nuovi proprietari che avevano potuto
acquistare a prezzi estremamente favorevoli proprietà espropriate che in
precedenza erano appartenute ad istituzioni ecclesiastiche. Ma questo non era
bastato ad introdurre una mentalità imprenditrice che
valesse a colmare almeno in parte il divario di conoscenze e di pratiche che
ormai divideva le aree meridionali dello Stato da quelle settentrionali e tutto
lo Stato da quelli dove l’agricoltura aveva già conosciuto la rivoluzione della
meccanizzazione e delle nuove tecniche colturali. Mancavano poi le industrie
che fossero in grado di trasformare le materie prime prodotte localmente e
questo comportava una situazione permanentemente deficitaria della bilancia commerciale
perché si esportavano i prodotti dell’agricoltura e si importavano
gli stessi prodotti lavorati.
Non fu
sufficiente, come del resto avveniva in quasi tutti gli stati italiani,
introdurre una rigida politica protezionistica perché “il settore <secondario>
dell’economia restava in gran parte chiuso nelle sue strutture antiquate, anche
laddove conservava qualche importanza. Per esempio la lavorazione del
ferro, che aveva consentito in passato di soddisfare nei piccoli o meno piccoli
opifici locali il fabbisogno di utensili agricoli e di pezzi per armi,
macchine, carriaggi, ecc. ma che animava anche una certa esportazione verso il
Napoletano, era sempre più esigua a fronte dell’offerta di più perfezionati
prodotti d’Oltralpe. Dall’estero venivano in misura crescente i tessuti di
lana, cotone, lino, persino quelli di seta, spesso ricavati – con grande ed
inutile scandalo della pubblicistica – dalla lavorazione di greggio proveniente
dai territori pontifici, mentre le fabbriche locali stentavano ad aggiornare le
tecniche, le maestranze, i costi all’andamento della concorrenza. Prosperavano
solo singoli settori dell’estrazione di minerali – come zolfo e allume – o
settori manifatturieri molto specializzati, dai cordami anconetani
all’oreficeria romana. La dominazione napoleonica era passata in modo troppo
rapido per poter incidere fin sulla struttura del
settore manifatturiero: qui aveva promosso una industria, lì ne aveva rovinata
un’altra, senza suscitare una maturazione nell’imprenditorialità, nei capitali,
nelle maestranze, nelle infrastrutture, capace di avviare un rinnovamento
sostanziale. La restaurata economia e società pontificia restava
essenzialmente agricolo-commerciale, sia pure con le
differenze di grado e di qualità che da provincia a provincia crescevano”
(Alberto Caracciolo, Da Sisto V a Pio IX in Mario Caravale,
Alberto Caracciolo, Lo Stato pontificio da Martino V a Pio IX, Torino,
Utet, 1978, p. 605).
Una valutazione della <ricchezza
nazionale> elaborata sui dati relativi al 1835
affermava che il 55% del totale era dato dalla proprietà fondiaria in
agricoltura, il 7% dagli investimenti in agricoltura mentre l’industria
incideva per l’1%, i trasporti e la marina per un altro 1%: un paese quindi dominato
dall’economia agraria che era imperniata intorno alla produzione di frumento,
granturco e altri cereali che costituivano, negli anni migliori, anche la voce
più importante delle esportazioni agricole oltre alla lana, al legname e ad
alcuni prodotti più diffusi nella parte settentrionale dello Stato pontificio
come la canapa, la seta e il riso.
L’avvento di Pio IX (Giovanni Mastai Ferretti, 1846-1878) accade in un momento cruciale
della storia italiana e di quella europea. E la fama che questo prelato si era
acquistato, la sua origine dalla parte più avanzata economicamente e
politicamente dello Stato (le Legazioni), le sue prime decisioni sembrano
giustificare il clima di favore che accompagnò la sua elezione e l’avvio del
pontificato. Le vicende politiche legate a Pio IX rinviano direttamente ai moti
del Risorgimento, alla difesa del territorio dello Stato dall’aggressione
piemontese, al rinchiudersi del Pontefice all’interno delle mura vaticane
quando l’esercito dello Stato italiano, nel settembre 1870, occupa Roma e
quando, poco dopo, Roma diviene capitale dello Stato unitario retto dalla
monarchia sabauda.
L’ultima fase della storia economica
dello Stato pontificio si lega strettamente alle vicende immediatamente
successive che individuano la situazione economica dello Stato unitario per la
parte che ci interessa più da vicino e cioè lo stato dell’economia del
territorio a nord di Roma, in quella che era
Negli ultimi due decenni della storia dello
Stato pontificio non vi furono significative innovazioni sul piano delle
decisioni di politica economica e su quello degli interventi attuati. Si avviò
l’intervento di bonifica dei terreni paludosi nella zona di Osta e di Porto,
nelle immediate vicinanze di Roma. Negli anni 1852-1853 la diffusione di una infezione crittogamica della vite portò all’annullamento
di questo prodotto da quelli destinati all’esportazione, dopo pochi anni che la
malattia del baco da seta aveva arrestato lo sviluppo di quel settore
dell’agricoltura innovativa. Nel 1849 il governo pontificio diede un nuovo
ordinamento legislativo al sistema degli usi civici (con disposizioni che
mantennero il loro valore anche dopo l’Unità, sino al 1888), producendo
l’esclusione dal godimento di quei diritti di pascolo, di semina, di legnatico
da parte dei braccianti e dei contadini più poveri, centinaia di migliaia di
ettari di terreno sotto la giustificazione che, in tal modo, quei terreni
potevano essere più razionalmente sfruttati. In effetti
non esisteva nel Lazio un certo di proprietari-imprenditori e l’effetto di
quella legislazione fu, in molti casi, quello di rendere ancor più povera la
popolazione delle aree rurali (sul tema degli usi civici si possono leggere le
pagine tratte da L’erba dei poveri di
M. Caffiero).
Nel campo dei trasporti una più
accentuata attenzione fu rivolta alla creazione di un sistema di trasporto su
rotaia, nelle Legazioni e intorno a Roma (nel 1859 esisteva una rete di circa
Il 2 ottobre 1870 il plebiscito che
si svolse in tutto il Lazio pontificio per l’annessione di questo territorio al
Regno d’Italia sanciva, con il voto favorevole di 133.681 votanti e quello
contrario di 1.507 la definitiva cancellazione dello Stato pontificio dalla
carta politica d’Italia.
Bibliografia di riferimento:
G.
Calindri, Saggio statistico-storico del Pontificio Stato, 2. voll., Perugia 1829
Adone
Palmieri, Topografia statistica dello Stato pontificio, Roma 1857
Cesare De Cupis, Le
vicende dell’agricoltura e della pastorizia nell’Agro romano. L’Annona di Roma, Roma 1911
G.
Curis, Usi civici, proprietà collettive, latifondi
nell’Italia centrale, Napoli 1917
Alberto Canaletti
Gaudenti, La politica agraria e annonaria dello Stato pontificio da
Benedetto XIV a Pio VII, Roma 1947
Luigi Dal Pane, Lo Stato pontificio e il
movimento riformatore nel Settecento, Milano, Giuffré,
1959
Raffaele
Colapietra, La politica economica della
restaurazione romana, Napoli, 1966
Riformatori
delle antiche Repubbliche, dei Ducati, dello Stato pontificio e delle Isole, a cura di F. Venturi, Milano-Napoli,
Ricciardi, 1966
Franco Venturi, Settecento riformatore,
vol. I: Da Muratori a Beccarla; vol. II:
Carlo
Maria Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, Bologna Il
Mulino, 1974
Mario Caravale,
Alberto Caracciolo, Lo Stato pontificio da Martino V a Pio IX, Torino,
Utet, 1978
Jean-Claude Maire Vigueur, Les paturages de l’Eglise et la Douane
du bétail dans la
Province du Patrimonio. XIV-XV siècles,
Roma, Istituto di studi romani, 1981
Marina Caffiero, L’erba
dei poveri. Comunità rurale e soppressione degli usi
collettivi nel Lazio (secoli XVIII-XIX), Roma,
Edizioni dell’Ateneo, 1982
Paolo
Prodi, Il sovrano pontefice. Un corpo e due anime: la monarchia papale nella prima età moderna, Bologna, Il Mulino, 1982
Giacomo Bandino Zenobi,
Le “ben regolate città”: modelli politici
nel governo delle periferie pontificie in età moderna, Roma Bulzoni 1994
Jean Delumeau, L'allume di Roma: 15-19 secolo, 2 ed. riv., Allumiere, Comunità montana "Monti della Tolfa", 2003.