Un profilo di storia economica dello Stato pontificio in età moderna.

 

Prima parte: il passaggio all’età moderna.

 

Gli storici si sono divisi sui giudizi da dare a proposito della storia dello Stato pontificio in età moderna.

Vi sono coloro che, seguendo impostazioni storiografiche o dando espressione a considerazioni politiche, hanno concluso che nello Stato pontifico uno stato moderno non è mai esistito, cioè uno stato caratterizzato dalla creazione di un esercito permanente, da una permanente  diplomazia e da un apparato amministrativo diffuso che tende ad uniformare il sistema fiscale e il sistema giudiziario per tutto il paese.

Vi sono altri che distinguono almeno due fasi nella storia dello Stato pontificio: il XV e XVI secolo e i secoli successivi. Durante la prima fase Roma era divenuta la capitale effettiva di uno stato nel quale, quasi in un laboratorio, tutti i tratti significativi dello stato moderno erano stati sperimentati e avviati a maturazione. La seconda fase, che comprende buona parte del XVII secolo e per intero il XVIII e il XIX, vede una progressiva involuzione dell’organizzazione statale che non tiene più il passo delle monarchie europee ed anzi perde anche alcune delle caratteristiche che l’avevano caratterizzata nella fase d’avvio.  

Un testo che riassume con precisione le posizioni più aggiornate di coloro che contestano la “modernità” dello Stato pontificio è il volume di Mario Caravale, Alberto Caracciolo, Lo Stato pontificio da Martino V a Pio IX, Torino, Utet, 1978 (Storia d’Italia, XIV) mentre lo studio di Paolo Prodi, Il sovrano pontefice. Un corpo e due anime: la monarchia papale nella prima età moderna, Bologna, Il Mulino, 1982 rappresenta la sintesi più efficace di quella corrente di studi che sottolinea le peculiarità dell’esperienza dello Stato pontificio e gli attribuisce le caratteristiche di stato moderno a tutti gli effetti, almeno nella prima fase della sua storia.

Questo confronto tra storiografie ha fatto sentire i suoi effetti anche nello studio delle vicende economiche della storia dello Stato pontificio, vicende comunque molto meno attentamente considerate dei profili politici e delle vicende istituzionali dello stato. Vi sono coloro che hanno accentuato le carenze e i ritardi di una macchina amministrativa che non è mai riuscita ad incidere in profondità sulla vita economica del territorio: e questo confermerebbe la tesi secondo la quale, anche per questo motivo, qui non si è creato uno stato moderno. Altri studiosi, senza entrare nella questione sopra accennata, hanno approfondito alcuni degli aspetti della vita economica dello stato e sono proprio questi studi che vorrei brevemente presentare prima di entrare a tratteggiare, almeno sommariamente, le vicende della storia economica dello Stato pontificio in età moderna.

 

La vita economica nello Stato pontificio  tra XV e XVI secolo.

 

“Rispetto al Quattrocento il mutamento più rilevante appare consistere nel progressivo attenuarsi della vivacità mercantile dei ceti cittadini. La nuova situazione politica della penisola e dell’intera Europa riduce sensibilmente lo slancio economico delle città pontificie specialmente nella seconda metà del Cinquecento e favorisce un graduale ripiegamento sulla terra dei ceti comunali. La stessa Ancona, che tra la fine del secolo XV e la prima metà del successivo, aveva goduto di un notevolissimo sviluppo di attività, conosce ora una decisa riduzione dei propri traffici. Si attenuano di conseguenza le spinte dei governi cittadini a cercare collegamenti e sostegni nei limitrofi Stati italiani, anche contro il volere della S. Sede, come era accaduto nei secoli passati. Di modo che sembrano ridursi i contrasti con il papato, il quale si mostra pienamente rispettoso dei poteri dei governi cittadini e dei privilegi di cui godono i ceti che controllano tali governi. Il riconoscimento formale della superiore autorità della S. Sede non appare più in discussione nella seconda metà del Cinquecento” (Mario Caravale, Lo stato pontificio da Martino V a Gregorio XIII, in M. Caravale, A. Caracciolo, Lo Stato pontificio, cit., p. 355-356)

 

La domanda di terra è favorita però anche da altri fattori che potremmo definire extra-economici: un incremento del patrimonio fondiario ecclesiastico caratterizza, ad esempio,  la storia economica di alcune aree in Italia (come nella Repubblica di Venezia e nello Stato pontifico) tra XV e XVI secolo. Si tratta talvolta di donazioni “ad pias causas” (come si chiamavano i lasciti testamentari che erano finalizzati alla celebrazione di divini uffici per il riscatto delle anime dei defunti dalle pene del Purgatorio) ma erano spesso acquisti che venivano fatti dalle istituzioni ecclesiastiche o dalle famiglie importanti nella Corte romana, grazie anche al consistente flusso di denaro che da ogni parte d’Europa perveniva a Roma per le tasse consuete (le “decime”) o quelle straordinarie (come le offerte per la costruzione di San Pietro) a cavallo dei due secoli (Carlo Maria Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, Bologna Il Mulino, 1974, p. 60-64)

 

“Le seconda metà del Cinquecento fu “l’estate di San Martino” dell’economia dell’Italia centro-settentrionale, ma in quella stessa estate di San Martino erano insiti i germi delle future difficoltà. La ricostruzione fu ricostruzione di vecchie strutture e la ripresa avvenne secondo direttrici tradizionali. L’ordinamento corporativistico si rafforzò: il numero delle corporazioni artigiane, animate soprattutto da egoistici interessi di gruppo e volte a limitare la concorrenza all’interno del gruppo o a sostenere artificialmente i salari, crebbe a dismisura irrigidendo pericolosamente la struttura produttiva del Paese. Questi elementi vennero a pesare negativamente sulla competitività delle manifatture e dei servizi italiani sui mercati internazionali: purtroppo per l’Italia non era quello il momento in cui permettersi il lusso di perdere nel grado di competitività.

La prosperità dell’Italia, per sua natura povera di materie prime, dipendeva tradizionalmente dalla capacità di esportare un’alta percentuale delle manifatture e dei servizi prodotti. Nel corso del Cinquecento e soprattutto nella seconda metà del secolo altri Paesi e in particolare i Paesi Bassi settentrionali e l’Inghilterra svilupparono le loro attività manifatturiere e armatoriali su scala e con metodi nuovi. I loro prodotti si affermarono presto sul mercato internazionale. Fino ai primi del Seicento, il protrarsi nel lungo periodo di una congiuntura internazionale sostanzialmente brillante servì a coprire le magagne dell’apparato produttivo italiano. La domanda era esuberante e poteva mantenere in piedi produttori efficienti e produttori meno efficienti e marginali. Dietro l’allegra facciata però l’Italia slittava insensibilmente da una posizione di avanguardia ad una posizione di marginalità.” (Ivi, p. 274-275).

 

Una svolta nella vita economica dello Stato pontificio poteva venire dalla scoperta dei giacimenti di allume sui Monti della Tolfa, a nord di Roma, avvenuta nel 1461-1462, scoperta che avviò immediatamente un florido commercio di questo prezioso minerale per le attività manifatturiere nel campo dei tessuti, del pellame e del vetro, tra il Lazio e il resto dell’Europa occidentale. Su questo tema si ritornerà in una successiva lezione. Basti dire qui che ad avvantaggiarsi della scoperta furono soprattutto le finanze degli appaltatori dello sfruttamento dell’allume tra i quali troviamo sia i Medici che i Chigi.

 

Le insufficienze dell'agricoltura nello Stato pontificio tra Cinquecento e Seicento.

 

L’aumento della popolazione che segnò anche la storia del XVI secolo nello Stato pontificio mise in luce la critica situazione dell’agricoltura. “La messa a coltura di nuovi appezzamenti implicava, nelle province di qua e di là dell' Appennino, la utilizzazione di terreni marginali di montagna, determinandone il rapido esaurimento e un peggioramento nel regime dei boschi e delle acque. Perché non operasse pesantemente il principio dei rendimenti decrescenti nell'agricoltura si sarebbe dovuta verificare l'introduzione di nuove tecniche o di colture più redditizie; si ebbe invece soltanto qualche tentativo di miglior disposizione dei solchi e degli spurghi nei declivi collinari e poi, inoltrandosi il Seicento, la diffusione del mais, destinata però a risolversi piuttosto in un espediente per sovvenire alla fame dei contadini senza diminuire la quota di grano destinata al commercio che non in uno stimolo a quel che noi chiameremmo una <rivoluzione agraria>. Persistevano insomma le condizioni perché ogni singolo centro o villaggio si trovasse con una disponibilità abbastanza stazionaria di cereali, vino, olio, latticini, carne, quando invece spesso era aumentato del doppio il numero delle bocche. Di qui le periodiche carestie, il banditismo, gli esodi, le malattie, così insistenti da rappresentare alla fine un freno naturale allo squilibrio crescente fra popolazione e produzione.

Per vari decenni fra XVI e XVII secolo si manifestò anche nello Stato della Chiesa un rapido rialzo dei prezzi - per il grano, sulla piazza di Roma in un secolo fu dell'ordine di tre volte -, che solo verso il 1630 trovò il suo punto di arresto. Ma lo stimolo alla produzione e alla mercantilizzazione dell'economia, tipico delle fasi inflazionistiche, dopo avere operato positivamente all'inizio, finì per tradursi in una difficoltà supplementare. Nei Domini pontifici l'aumento dei consumi procedette infatti con una velocità tale, a Roma prima di tutto, da non consentire una copertura con altrettanti aumenti di reddito e da creare scompensi gravi che si trasferivano ora dall'erario ai contribuenti troppo tassati, ora dai ceti più avidi di lusso e prestigio agli affaristi, ora più in generale dai confini dello Stato alle casse dei forestieri. Anche i proprietari di terre, che avrebbero dovuto giovarsi dallo svilimento monetario, in realtà per la piccolezza dei loro fondi o per il loro assenteismo di redditieri dovevano rimettersi ad intermediari speculatori, che finivano per spostare fuori dall’agricoltura ogni maggior profitto. Tutto era divenuto più caro sul mercato, ma sembrava che nessuno riuscisse ad avvantaggiarsene in modo stabile, salvo i banchieri genovesi e francesi: nessuno soprattutto si preoccupava di investire in modo produttivo, trascinato com’era dall’ambiente romano in una corsa alle spese vistose, alle cariche di apparenza, all’inserimento nel troppo mutevole ambiente dei prediletti del papa.

Si guardi al periodo di regno di Sisto V, notevole sia per la somma di decisioni prese dal pontefice sia per la congiuntura economica da cui fu segnato. Grandi sforzi furono fatti per la bonifica delle paludi pontine. Un nuovo rettilineo canale di scarico delle acque, intitolato a papa Sisto, fu aperto dalle falde dei monti fino a Terracina. Questo ed altri lavori portarono qualche beneficio alla regione, ma non bastarono a trasformare quella zona, abbandonata ai bufali, alle pecore e addirittura alla pesca, nell’auspicato granaio dell’Annona. Né in generale nel paese si riuscì a frenare la tendenza dei proprietari e dei loro fittavoli, specialmente i più prossimi a Roma, all’abbandono delle coltivazioni a vantaggio dell’allevamento di pecore, ai cui prodotti il mercato di Roma offriva uno sbocco crescente per quantità e per livello dei prezzi delle carni, lane, latticini. In realtà il governo stesso era interessato piuttosto ad alimentare queste produzioni, e con esse i tributi delle dogane di pascolo, che non a sostenere le colture agrarie, come pure affermava quasi ogni papa con nuovi bandi e premi” (Alberto Caracciolo, Da Sisto V a Pio IX,  in M. Caravale, A. Caracciolo, Lo Stato pontificio, cit., p. 378-379).

 

I proventi che derivavano dai pascoli erano da tempo una voce importante per le finanze pontificie: uno studio realizzato all’inizio degli anni Ottanta sulla Dogana delle pecore nella Provincia del Patrimonio nel XIV e XV secolo ha rilevato che le somme introitate da quella Dogana e inviate a Roma alla Camera Apostolica erano equivalenti a tutti gli introiti che il Tesoriere del Patrimonio metteva insieme nello stesso periodo e che poi gli servivano per il pagamento della burocrazia nella stessa Provincia (Jean-Claude Maire Vigueur, Les paturages de l’Eglise et la Douane du bétail dans la Province du Patrimonio. XIV-XV siècles, Roma, Istituto di studi romani, 1981, p. 134). La Dogana funzionava in questo modo: essa prendeva in affitto annualmente l’uso delle erbe da pascolo dei terreni che erano lasciati senza colture e poi concedeva l’uso di questi pascoli ai proprietari di mandrie di pecore, vaccine e maiali che per un lungo periodo dell’anno (tutto l’autunno e l’inverno), si spostavano con il loro bestiame a svernare provenendo dall’alto viterbese, dall’Umbria, dalle Marche ma anche dalla Romagna e dal Napoletano. Una gran parte del litorale tra i confini della Toscana e Civitavecchia e poi buona parte del territorio di Corneto, Castro, Toscanella (ma in alcuni anni i terreni affittati arrivano a Vetralla e a Blera) era destinato a questo scopo. I proprietari in alcuni casi erano enti ecclesiastici che, in tal modo, evitavano di affrontare il problema dell’acquisizione di mano d’opera per la lavorazione dei terreni;  in altri casi erano signori laici che avevano avuto concessioni territoriali dalla Chiesa ma con il vincolo di cedere in affitto il pascolo per l’uso che ne faceva la Dogana del Patrimonio.

 

Parte seconda: il secolo XVII.

 

Nonostante le affermazioni di alcuni viaggiatori e di ambasciatori da Roma che descrivevano i territori dello Stato pontificio nel XVII secolo ancora fertili e capaci di produrre quella ricchezza che poi si manifestava nella magnificenza della città, dei suoi palazzi e delle sue chiese, nelle fortune che si potevano in breve tempo accumulare con le rapide carriere nella Curia romana, anche lo Stato pontificio avvertì le conseguenze di quella depressione seicentesca che imperversò in tutta Europa. Gli storici dell’economia tendono a spiegare la crisi europea come una svolta di carattere strutturale: la produttività agricola, la messa a coltura dei terreni, le tecniche impiegate avevano raggiunto il loro punto più elevato in relazione alle conoscenze ed alle regole che quel periodo storico esprimeva. E la stessa cosa valeva anche per le attività manifatturiere: anche qui l’impiego delle macchine e il lavoro dell’uomo, l’uso delle materie prime e la circolazione dei prodotti finiti avevano toccato le punte estreme che potevano essere superate solo da innovazioni nell’uno o nell’altro settore. E’ per questo motivo che solo mutamenti di carattere strutturale avrebbero potuto consentire il superamento di quella fase di stallo e di recessione nella quale l’economia era sprofondata.

Vi erano stati però anche una serie di fattori congiunturali, cioè legati a situazioni ed a fatti contingenti, che avevano ulteriormente aggravato lo stato dell’economia in Europa e, in particolare, nell’area Mediterranea. Una per tutte la Guerra dei Trent’Anni (1618-1648) ma poi le carestie degli anni Venti e della metà del secolo, infine le epidemie di peste che distrussero quello che guerre e carestie avevano risparmiato, sono eventi di portata gigantesca oltre che drammatica. Si pensi agli effetti della peste del 1630-1631 in Italia centro-settentrionale che, secondo alcuni studiosi, avrebbe provocato oltre un milione di morti su un totale di circa quattro milioni di abitanti e alle conseguenze della peste del 1656-1657 che colpì quelle regioni che erano state risparmiate dalla prima. Queste epidemie contribuirono per un verso a far diminuire la domanda di beni e per altro verso a far aumentare i salari con conseguenze negative per l’apparato produttivo perché i costi di produzione salirono e le esportazioni dagli antichi stati italiani subirono il definitivo tracollo.

 

La peste del 1630-1631 era stata preceduta  da alcuni anni di carestie e di  fame: nel 1629, in piena crisi alimentare, entrarono in Italia eserciti francesi e imperiali per combattersi in relazione alla disputa per la  successione nel Ducato di Mantova e del Monferrato dove si era estinta la famiglia dei Gonzaga. Con gli eserciti, entrò anche la peste che aveva già devastato la Francia meridionale e fatto la sua apparizione in Germania. Nell’ottobre 1629 i primi casi furono riscontrati in Val di Susa e intorno al Lago di Como. A fine ottobre il contagio era arrivato a Milano, nel gennaio era arrivato in Toscana, a Livorno; in agosto 1630 era a Firenze poi a Prato, Pistoia, Lucca, negli stessi mesi devastava anche i territori della Repubblica di Venezia.

Terminata l’epidemia (che in Toscana e nel Veneto si protrasse per tutto il 1631), una nuova carestia si manifestò all’inizio degli anni Quaranta questa volta seguita da un epidemia di tifo negli anni 1648-1649 mentre una nuova ondata di peste si abbatté sull’Italia centro-meridionale negli anni 1656-1657. Questa epidemia giunse via mare: arrivò dalla Spagna in Sardegna nel 1652 dove rimase sino al 1657; nell’aprile del 1656 giunse a Napoli, nel giugno a Roma, nel settembre a Bari. Nello Stato pontificio, oltre a Roma che soffrì ma in forma meno drammatica di altre città, furono contagiati numerosi centri del Lazio tra i quali Civitavecchia, Nettuno, Velletri, Rieti e Viterbo, fermandosi ai confini con l’Umbria e la Toscana. Sulla diffusione del contagio a Viterbo si può ricordare quanto scritto da Anna Osbat nell’articolo Fonti per lo studio della popolazione di Viterbo nel ‘600: gli stati delle anime (in “Rivista storica del Lazio”, n. 12/2000).

Le devastazioni provocate da questa grande epidemia hanno fatto dire ad alcuni studiosi che almeno un quinto di tutta la popolazione morì in quegli anni per questa ragione: i dati relativi a Viterbo fanno pensare ad effetti anche molto diversificati tra area e area, tra città e città. Certamente il numero dei morti però fu, ancora una volta, particolarmente elevato.

 

Nel 1622 risulta essere stata costituita una  Universitas affidatorum” tra allevatori di bestiame della Provincia del Patrimonio: forse non era questa la prima volta che gli allevatori si erano associati per difendere meglio gli interessi della propria arte. E’ certo che quell’associazione testimoniava bene della vocazione perdurante dell’economia rurale dello Stato pontificio che prediligeva le greggi rispetto alle colture, la lana rispetto ai cereali, l’attività di sfruttamento estensivo rispetto a quello intensivo. “…se nei decenni precedenti la zappa e l’aratro erano saliti a dissodare terre nuove, a cercar di dar cibo ai sudditi via via più numerosi e procurar merci vendibili ai forestieri, abbattendo  boschi e macchie, adesso si sentiva il peso di un’ondata di ritorno: troppi appezzamenti dopo ogni epidemia o guerra non trovavano braccia adeguate, troppi terreni sassosi e impervi cessavano di dare buoni raccolti, troppi signori di antica data o recente trasferivano i loro redditi in spese di prestigio in città o in villa oppure nell’acquisto di titoli di rendita redimibili, stornando ricchezze dalla produzione agricola. Il rinvilimento dei prezzi mondiali di ogni sorta, compresi i prezzi di grano, olio, vino, legname riduceva i margini di remunerazione degli agricoltori, spingendo i più piccoli a ritornare alle colture di sussistenza ed autoconsumo e gli altri a indebitarsi con speculatori o ritirarsi a loro volta. L’<arte del campo>, si affermava in età di Alessandro VII, soffriva dei bassi prezzi, uniti alle gravose spese commerciali e usuraie.

Per uno Stato molto variegato territorialmente e tutto longitudinalmente disposto, il ritrarsi della granicoltura e dell’estensione delle colture in genere ha però differenti conseguenze fa area ad area. Il Lazio, per esempio, si trova nel caso descritto dal Sereni (E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Bari 1961, p. 193) secondo cui <la rinnovata diffusione del sistema agrario a campi ed erba e l’allargamento delle superfici a pascolo divengono gli agenti di una impressionante degradazione e disgregazione del paesaggio agrario, aggravata sovente dagli impaludamenti>. Invece in alcune zone settentrionali, particolarmente umide e poco popolate stabilmente, l’occasione è propizia per l’affacciarsi del riso e della canapa, due colture destinate a grandi progressi futuri. Un po’ dovunque, inoltre, procede la diffusione dei cereali minori, o di legumi, o di mais, come sostitutivo al frumento nell’alimentazione animale ed umana, per quanto almeno ne sappiamo dalle poche indagini finora condotte in proposito. Non si hanno notizie di importanti cure ai soprassuoli, mentre disposizioni come quella di Alessandro VII contro la distruzione di alberi di alto fusto da parte dei forestieri ci rammentano come a sua volta il manto forestale fosse molto minacciato, in tempi di ricorrenti guerre e di grandi costruzioni navali, senza che al suo posto si stabilissero corrispondenti aree coltivate” (Alberto Caracciolo, Da Sisto V a Pio IX,  in M. Caravale, A. Caracciolo, Lo Stato pontificio, cit., p. 427-428).

Gli interventi pontifici per affrontare i problemi dell’Annona e dell’approvvigionamento di derrate alimentari della città di Roma e, a monte, i problemi dello sviluppo dell’agricoltura sono numerosi nel Seicento ma non producono alcun effetto, numerosi e più efficaci mano a mano che ci si inoltra nel Settecento.

“…fu un periodo costellato di interventi vincolistici, che pretendevano di fissare prezzi, condizioni per la macinazione, entità delle licenze di <tratta> all’estero, secondo criteri imperativi che urtavano poi contro le oscillazioni della domanda e dell’offerta da un lato, contro il permanere di privilegi e di esenzioni dall’altro. Per il divieto totale di esportazione si ricorda soprattutto Urbano VIII, mentre un più articolato decreto si fece sul finire del 1689, su proposta di una laboriosa congregazione di esperti: esso consentiva l’estrazione dei <grani di Castro> solo quando il grano costasse sulla piazza di Roma meno di 6 scudi a rubbio e l’estrazione anche da ogni altra provincia solo quando scendesse sotto ai 4 scudi e mezzo.

Questa sorta di <scala mobile> assolse per qualche tempo la sua funzione a vantaggio dell’approvvigionamento delle popolazioni. Essa metteva però ulteriormente in risalto la passività della bilancia commerciale sul periodo lungo. Quando infatti non si esportavano grani, i beni da vendere ai riducevano a voci ricche ma di poca quantità, per esempio oggetti artigianali o di chiesa, oppure alcuni prodotti minerari, che si tentava faticosamente di valorizzare, come l’allume e lo zolfo. Benché ci manchino dati merceologici sistematici sul commercio estero dell’epoca, a causa dell’anarchica condizione delle dogane, è pur certo che il deficit doveva essere sempre più preoccupante, quanto più al crescere dei consumi interni non corrispondeva una altrettanto crescente disponibilità di beni da esitare all’estero.

Si spiegano in questo quadro, oltre che come risposta a una esigenza di austerità di costumi e di temperamento della vistosità esteriore, le leggi suntuarie, introdotte specialmente sotto Innocenzo XI e Innocenzo XII, cioè negli ultimi due decenni del secolo. La “prammatica sopra la moderazione del lusso” del 1694 ne fu l’espressione più piena, sebbene restasse largamente disattesa nei fatti. Essa tendeva a far fronte a una domanda di raffinati prodotti di seta ed articoli per addobbo di palazzi, chiese, carrozze, che il tipo di vita dominante nelle città grandi e piccine dello Stato rendeva incalzante e dei quali in gran parte si facevano ordinazioni all’estero. E si preoccupava di arginare la rapida svalutazione monetaria e la rarefazione di numerario, conseguenti anch’esse a questa passiva bilancia internazionale” (Ivi, p. 428-429).

 

Parte terza: il secolo XVIII.

 

Gli effetti del trend negativo che aveva caratterizzato il XVII secolo si avvertirono per quasi tutto il primo quarantennio del Settecento anche in Italia. Se a ciò si aggiunge che, nello Stato pontificio, la tensione verso la centralizzazione dell’apparato amministrativo e la modernizzazione della vita economica continuava ad essere assai debole e che il primo Settecento vide nuovamente l’Italia teatro dei conflitti tra le maggiori potenze europee, si arriva a cogliere i tratti della vicenda politica ed economica che caratterizzerà la prima metà del secolo in questo paese, una vicenda caratterizzata dal succedersi di pontefici anche attenti ai problemi della vita economica ma incapaci di incidere in maniera significativa nella debolezza dello stato. Dagli anni Quaranta del XVIII si assiste ad un’ inversione di tendenza, nel senso di una ripresa economica, la quale però non coinvolge  se non marginalmente lo Stato pontificio e la maggior parte della penisola italiana.

            La legislazione del primo Settecento sembra caratterizzata dall’intento dei pontefici di intervenire a sollevare le condizioni soprattutto delle fasce più deboli sia con la creazione di nuovi organismi (la Congregazione del sollievo ad esempio che doveva limitare in qualche modo gli effetti negativi della congiuntura sfavorevole) sia con la limitazione dei privilegi delle categorie che erano più protette. Questo carattere ebbe anche la “tassa del milione” voluta da Clemente XI, cui dovevano sottostare tutte le persone, indipendentemente dal loro grado o dalla loro condizione, anche gli ecclesiastici. Con i successori, Innocenzo XIII e Benedetto XIII, vi furono alcuni interventi che riguardarono l’agricoltura, volti soprattutto a consentire una certa liberalizzazione del commercio dei grani per sostenere i redditi dei proprietari terrieri e dei fittavoli: ma queste aperture erano osteggiate dalla stessa burocrazia e dalle grandi città che temevano in questa maniera di veder peggiorare il livello del costo della vita per l’aumento dei prezzi dei generi indispensabili che ne sarebbe derivato. Valutando le oscillazioni spesso notevoli delle produzioni annuali, il divieto di esportazione risultava dannoso per i latifondisti ed i mercanti di campagna che erano gli abituali affittuari dei latifondi, anche se mitigato dalle concessioni di tratte.

      Dopo il pontificato di Benedetto XIII, venne eletto un papa fiorentino, Lorenzo Corsini, con il nome di Clemente XII (1730-1740). Il suo pontificato rappresentò l’ultimo tentativo di una famiglia nobile dell’età delle signorie di tenere in mano, attraverso il papato, le sorti della politica italiana. Fu l’ultimo discendente di una grande famiglia di banchieri fiorentini e per questo la sua elezione suscitò grandi speranze ed aspettative. Lorenzo Corsini aveva ricoperto la carica di Tesoriere della Camera Apostolica e la sua azione, in controtendenza rispetto a Benedetto XIII, riguardò soprattutto il commercio e l’industria, e fu tesa all’eliminazione dei vincoli protezionistici che ne impedivano il naturale sviluppo.

      In questa fase della sua storia appaiono con maggiore evidenza le tendenze contrapposte che caratterizzarono la politica di sviluppo dello Stato pontificio: una fortemente conservatrice e legata alle strutture tradizionali, l’altra improntata ad iniziative anche nuove e coraggiose. Dal 1740 alla fine del secolo si succedono quattro pontefici (Benedetto XIV, Clemente XIII, Clemente XIV e Pio VI) accomunati da diverse caratteristiche, come la lunga durata del loro pontificato (che per Pio VI arriva quasi ad un quarto di secolo) e dalla provenienza: nessuno di loro era un rampollo delle famiglie dell’aristocrazia romana o laziale legate alla Curia. La loro origine era diversa, arrivavano dalle province settentrionali dello Stato pontificio, (salvo Carlo Rezzonico il quale era veneziano), influenzate da interessi di tipo europeo. Prospero Lambertini proveniva da Bologna, Lorenzo Ganganelli da Sant’Arcangelo di Romagna, Giovanni Angelo Braschi da Cesena.. Ma la caratteristica che meglio li accomuna è il loro tentativo di procedere sulla strada delle riforme nonostante gli ostacoli che incontrano nel  cammino.

      Gli anni Quaranta del XVIII si aprirono con l’elezione di Prospero Lambertini, diventato papa dopo sei mesi di lungo conclave, con il nome di Benedetto XIV.  Certo l’eredità del passato pesava sulle finanze; Clemente XII aveva accumulato durante il suo pontificato gravi debiti. L’azione riformatrice di Benedetto XIV in materia economica però si dimostrò forte ed incisiva. Il suo primo intento era quello di estirpare gli abusi esistenti, senza intaccare, tuttavia la base dell’assetto economico e di potere sul quale si reggeva quella classe dirigente.

    La politica di papa Lambertini si rivolse anche alla questione del commercio interno dei grani.  Benedetto XIV  prese una decisione di notevole importanza, mirante alla formazione di un  mercato delle merci agricole. Dopo essersi reso conto che il frazionamento economico dello Stato e la presenza di una miriade di ostacoli che si frapponevano al commercio di vettovaglie era dannoso e pericoloso per l’economia, con il motu proprio del 29 giugno 1748 sancì la libera circolazione interna non solo dei grani, ma in generale di tutte le merci.  Questo provvedimento nasceva dalla sua esperienza di vescovo a Bologna, quando aveva constatato che il controllo sulla circolazione interna delle merci causava artificialmente carestie ed avvantaggiava esclusivamente contrabbandieri e speculatori.

    L’intento di unificare tutto il territorio dello Stato pontificio sotto il profilo economico, rendendo unico il mercato era ancora una volta limitato, da un lato nello spazio, in quanto la libertà granaria non era estesa ai territori soggetti alla Prefettura dell’Annona di Roma, dove continuarono a sussistere disposizioni vincolistiche e dall’altro non vennero aboliti i dazi ed i pedaggi, che rappresentavano un serio impedimento alla circolazione interna delle merci. Uno dei limiti della sua politica liberista era rappresentato dal permanere di questi numerosi pedaggi, dazi ed altri ostacoli, senza l’abolizione dei quali poco efficace era la proclamazione della libera circolazione interna delle merci, ancora meno se non supportata da sanzioni pratiche in caso di infrazione, che il dettato della legge non prevedeva.

    Sotto il pontificato di Benedetto XIV diventarono sempre più frequenti le discussioni ed i progetti relativi al sistema doganale di cui si lamentava, sotto il profilo amministrativo, la difformità in relazione alle autonomie conservate da Bologna e Ferrara, nonché per il regime “sui generis” di cui godeva Roma ed il suo distretto. Queste problematiche riemergono nell’ultimo periodo del pontificato di Benedetto XIV, riprese soprattutto ad opera del Tesoriere generale Nicolò Perrelli, sia sotto il pontificato di Clemente XIV, quando il mercante romano Belloni, insieme al funzionario milanese Bettinelli ed al Tesoriere generale Gianangelo Braschi, futuro papa, portarono avanti, sviluppandolo, quel progetto di riforma delle dogane generali ai confini, realizzato più avanti sotto Pio VI.

    Alla morte di Benedetto XIV venne eletto un papa veneziano, Carlo Rezzonico, con il nome di Clemente XIII (1758-1769), personaggio gradito alle potenze europee cattoliche, ma che si trovò subito in contrasto con esse sulla questione della Compagnia del Gesù. Luigi Dal Pane riscontra durante il pontificato di Clemente XIII un arresto del moto progressivo avviato sotto il suo predecessore, almeno sino al 1766, anno in cui diventa Tesoriere generale della Camera Apostolica Gianangelo Braschi. Non va però dimenticato che durante il pontificato di papa Rezzonico lo Stato pontificio visse un periodo particolarmente difficile. Una tremenda carestia colpì i domini pontifici, e non solo, tra il 1763 ed il 1764, la quale venne addebitata non solo alle avversità del tempo (siccità ed eccessiva pioggia), ma anche all’incapacità del governo pontificio che si mosse in ritardo e con misure spesso dimostratesi controproducenti. La carestia mise infatti a nudo la debolezza della struttura agraria dei territori dello Stato ecclesiastico, del suo apparato statale, della amministrazione locale, delle Congregazioni speciali e degli istituti annonari. La carestia del 1763 non colpì indifferentemente tutto lo Stato con la stessa intensità, la Romagna ed il Ferrarese non risentirono particolarmente di questa situazione, ma dove colpì, i suoi riflessi non si ebbero solo in campo cerealicolo. La siccità del luglio-agosto aveva danneggiato anche il granoturco, mentre l’umidità ed il vento primaverile avevano compromesso il raccolto di fave, uva, fagioli, mele, pere ed addirittura di rape. Nelle province annonarie di Marittima, Campagna, Patrimonio, Lazio, Sabina ed Agro Romano, vennero raccolti 263.366 rubbia di grano, un raccolto tutto sommato non scarsissimo. I primi provvedimenti dell’amministrazione si dimostrarono subito errati, perché senza tenere conto di quello che accadeva a Napoli, dove la carestia aveva già sortito i suoi effetti, nell’estate del 1763 il prezzo del grano venne stabilito sul mercato di Campo dei Fiori a sette scudi il rubbio. Solo molto dopo ed in ritardo scattò la proibizione delle tratte, quindi il divieto di esportazione dei grani fuori dei confini dello Stato pontificio che i mercanti avevano avviato data la scarsa remuneratività del prezzo del grano sulla piazza di Roma e i guadagni che si potevano fare vendendolo a Napoli.

    Nella primavera-estate del 1764 un’altra carestia colpì lo Stato pontificio, con epicentro non a Roma, ma nelle province, che videro l’aggravarsi di una situazione già penosa. Fortunatamente l’annata 1764-65 si rivelò, nella realtà delle cose, meno cattiva di quanto si temesse. Le province annonarie ebbero una produzione di circa centomila rubbia di grano in più rispetto all’anno precedente e l’ausilio dei mercati del nord Europa resero questo anno più tranquillo.

 

Malgrado l’apparente centralizzazione dello Stato pontificio, il governo  non poteva che esercitare uno scarso controllo sulle periferie, le quali erano caratterizzate da una grande differenziazione che sfociava sovente in anarchia.  Alla morte di Clemente XIII si aprì il conclave per l’elezione del nuovo pontefice, conclave che durò tre mesi. La questione gesuitica era ancora scottante ed era stata lasciata irrisolta da papa Rezzonico. Il nuovo pontefice, Lorenzo Ganganelli, Clemente XIV, si trovò ad affrontare una situazione particolarmente difficile e di contrasto con i sovrani europei che impedì lo svilupparsi di ogni tentativo riformatore, anche se il pontefice mostrò particolare attenzione per la materia annonaria e quindi per le classi più umili.

Il lungo pontificato di Gianangelo Braschi (1775-1799), diventato pontefice con il nome di Pio VI, va visto ed inquadrato nell’insieme delle sollecitazioni illuministiche, provenienti dall’esterno, ma anche ormai radicate nel ceto dirigente pontificio. Il Braschi, già Tesoriere dal 1766, ben conosceva la situazione dell’erario, stabile nel suo disavanzo cronico, incapace di fare fronte al debito pubblico e i suoi progetti di riforma si spinsero sin dall’inizio in questo senso. Attorno a lui si creò un circolo di esperti, alcuni provenienti dall’Italia settentrionale, altri provenienti dall’estero, come il De Miller (lorenese), il Vergani (lombardo), il Cacherano (piemontese), il Moltò (spagnolo), le cui voci si unirono a quelle di economisti e di tecnici e scrittori provenienti dalle province settentrionali dello Stato pontificio.

Il pontificato di Pio VI si concentra principalmente su tre importanti e fondamentali riforme economiche: l’abolizione dei pedaggi, la realizzazione del catasto generale e l’istituzione delle dogane ai confini. Il disavanzo del bilancio pontificio, costante caratteristica per tutto il corso del Settecento aveva radici profonde: il contrasto con le corti causava diminuzioni nelle entrate; le spese per i bisogni straordinari (passaggi di truppe, carestie e guerre) e per le opere di pubblico interesse erano cresciute. La soluzione a questi problemi non era semplice; per colmare il disavanzo occorreva diminuire le spese ed aumentare le entrate, attraverso progetti che si proponessero di accrescere la produzione e diminuissero il commercio passivo.

Con il motu proprio del 27 luglio 1776, Pio VI istituì una Congregazione che aveva il compito di definire alcune leggi in materia economica ed altre tese al raggiungimento di una maggiore unità amministrativa e doganale. Nell’aprile un editto imponeva il controllo dei titoli in base ai quali le Comunità, persone laiche o ecclesiastiche, corporazioni ecc.  esigevano pedaggi: un’apposita Congregazione ne avrebbe valutato la fondatezza, fissando i dovuti indennizzi per quelli giustificati e validi, ma tutti sarebbero stati comunque aboliti. Pio VI auspicava così la libera circolazione di uomini e mezzi all’interno dello Stato e con ciò andava a colpire interessi particolari (di baroni e di ecclesiastici privilegiati).

Altro importante provvedimento progettato da Pio VI era la predisposizione di un catasto unico ed uniforme per tutto lo Stato, con l’eccezione di Bologna, Ferrara e del distretto di Roma. Il 21 luglio si adunava la Congregazione deputata per la preparazione del catasto. Era l’esigenza di un’applicazione generale dell’imposta fondiaria che faceva sorgere la necessità di un catasto omogeneo, ma la situazione nello Stato pontificio era difforme: Terni e Viterbo non avevano un catasto e non pagavano imposte sui terreni. In altre zone i catasti potevano essere molto antichi, ma adottavano metodi di registrazione totalmente diversi.

Il 15 dicembre 1777 il prefetto della Congregazione del Buon Governo, il cardinale Antonio Casali, pubblicò un “Editto sopra la formazione del catasto o allibrazione universale del terratico nelle cinque Provincie dello Stato Ecclesiastico” ed una “Istruzione per formare i catastri”. A Bologna analoghi provvedimenti furono pubblicati dal cardinale Legato Boncompagni con una notificazione del 16 agosto 1780, mentre a Ferrara la rettifica dei catasti era stata iniziata già dal 1775, in seguito alle spese di arginatura di alcuni fiumi.

L’operazione si svolse in tre fasi: nella prima vennero raccolte le “assegne” (dichiarazioni) dei proprietari; nella seconda le commissioni locali stabilirono il valore dei diversi tipi di terreno nelle varie località dello Stato; nella terza i valori teorici stimati vennero associati ai singoli terreni denunciati dai proprietari. Era nella sostanza un catasto “a misura” ed all’inizio senza esenzioni per ecclesiastici e privilegiati, basato anche sul calcolo della “intrinseca feracità” dei terreni e quindi sulla loro potenziale produttività.

La compilazione del catasto piano durò diversi anni dando luogo a molte controversie e ricorsi dei proprietari contro gli accertamenti effettuati dalle commissioni e, nonostante la rigidità del governo in materia, si finirono per ripristinare esenzioni.

Per quanto riguarda la Campagna romana e le aree escluse dalle disposizioni catastali del 1777-78 i problemi non furono minori. La Campagna romana fu assoggetta, con motu proprio del 1783, ad una speciale normativa, che obbligava a coltivare ogni anno almeno un quarto delle aree censite.

L’altro grande provvedimento di Pio VI, l’erezione delle dogane generali ai confini, si compì sotto il tesorierato di Fabrizio Ruffo nel 1786. Il 26 aprile 1786 con un chirografo Pio VI approvava il piano di esecuzione del Ruffo ed il 30 il Tesoriere generale firmava l’editto  sulle gabelle da applicare alle dogane di confine dello Stato pontificio. Provvedimento questo di grande importanza per la concezione unificatrice ed accentratrice su cui si basava, rompendo per la prima volta lo “status” peculiare di Roma e del suo distretto.

L’editto del Tesoriere generale stabiliva la libertà di circolazione interna ed esenzione dai dazi e dalle gabelle all’interno dello Stato pontificio per le manifatture nazionali; libertà di estrazione dallo Stato pontificio, senza pagamento del dazio e con diritto ad un premio di esportazione, delle merci di buona qualità; libertà di esportazione ed esenzione dei generi grezzi dello Stato che ne avessero fino ad allora goduto, ad eccezione di alcuni; applicazione, all’importazione delle manifatture forestiere di un dazio variabile in base alle esigenze dell’economia nazionale.

La cinta doganale prevista seguiva i confini dello Stato, escludendo le Legazioni di Bologna e Ferrara, ed era individuata quindi dai confini di queste due Legazioni verso la Romagna, da quelli del Granducato di Toscana e del Regno di Napoli e dalle spiagge dell’Adriatico e del Mediterraneo. I porti franchi di Ancona e Civitavecchia erano considerati fuori della cinta doganale, anche se nel suo ambito erano comprese le due città.

Le Legazioni di Bologna e Ferrara godevano di un regime particolare, restando in vigore il privilegio da loro goduto di poter inviare, senza il pagamento di gabelle, le loro manifatture nelle altre province dello Stato che, con la stessa esenzione potevano esportare in quelle i loro generi grezzi. Nel 1790 un editto tentò di includere anche Ferrara nella legislazione generale, ma l’opposizione locale fu così forte da rendere vano ogni provvedimento. Bologna e Ferrara rappresentavano il punto dolente, una deroga continua al principio di uniformità amministrativa.

Con la rivoluzione romana si chiude il XVIII secolo, un secolo denso ed importante per quello spiraglio di modernità che aveva portato nello Stato pontificio.

 

Parte quarta: il secolo XIX.

 

Gli echi della Rivoluzione francese e poi le conseguenze delle decisioni che furono prese in Francia a proposito del patrimonio ecclesiastico, dello status del clero, dei territori sotto giurisdizione dello Stato pontificio (Avignone e il Contado Venassino), dei rapporti tra il clero francese e Roma, sommate alla situazione politica internazionale e alla guerra tra le potenze europee alleate contro la Francia segnarono in maniera drammatica gli ultimi anni del pontificato di Pio VI e contribuirono a far precipitare lo Stato pontificio in una crisi economico-finanziaria annunciata ma che sino ad allora era stata continuamente rinviata. Il deficit del bilancio arrivò a superare un milione di scudi l’anno e il totale del debito pubblico calcolato alla vigilia della Repubblica romana fu calcolato aver raggiunto gli 85 milioni di scudi. Dopo il 1797 iniziò un periodo turbolento per tutto lo Stato, in pratica lo Stato fu smembrato e non ritrovò la sua unità se non alla fine del periodo napoleonico, con l’avvio della Restaurazione anche nello Stato pontificio. Nella primavera del 1800 era divenuto Papa Pio VII (Barnaba Chiaramonti, 1800-1823) e nonostante il Concordato siglato con Napoleone nel 1800 quel che rimaneva dello Stato pontificio fu annesso all’Impero francese nel 1809.

Il ritorno a Roma del Papa avvenne nel maggio 1814 e da allora si avviò quel processo di recupero degli antichi territori che portò alla completa ricostituzione dello Stato pontificio (salvo Avignone e il Contado Venassino in Francia e alcune rettifiche di frontiera a vantaggio dell’Austria nel ferrarese).

            Il quindicennio di turbolenze era stato apportatore anche di innovazioni, alcune accettate dalla stessa corte pontificia, altre introdotte dai francesi, quasi tutte mantenute dopo l’avvio della Restaurazione quando si procedette alla riorganizzazione generale dello Stato, espressa dal motu proprio di Pio VII del 6 luglio 1616, che riguardò sia le circoscrizioni amministrative che il sistema giudiziario, i rapporti tra il potere centrale e quello locale, le modalità di una prudente apertura ad una rappresentanza popolare (limitata agli aristocratici, al clero e ai borghesi facoltosi) negli organi direttivi del governo delle comunità (per un approfondimento dell’amministrazione a nord di Roma vedi Motu proprio di Pio VII).

Altri interventi riguardarono più direttamente la politica economica ed erano in relazione al fatto che, ormai in maniera definitiva, anche i territori dello Stato erano entrati a far parte del mercato internazionale come si avvertì chiaramente tra gli anni Venti e Trenta dell’Ottocento quando l’arrivo di grano russo sul mercato romano fece precipitare il prezzo alla metà e poi ad un quarto del valore precedente mettendo seriamente in crisi la sopravvivenza di molte aziende e imponendo una serie di interventi più incisivi.

            Il periodo francese aveva introdotto alcune sperimentazioni in campo agricolo che successivamente vennero mantenute e in alcuni casi ampliate come quella della diffusione del gelso e dell’allevamento dei bachi da seta, come la qualificazione dell’allevamento delle pecore per la produzione di lana “merinos”, come lo sviluppo della canapicoltura e della linicoltura, del tabacco e della barbabietola da zucchero. Il limite al rinnovamento dell’agricoltura era dato però dalla persistenza del latifondo e dalla poca cura che i latifondisti ponevano nello sfruttamento delle loro proprietà. Durante il periodo francese c’era stata la creazione di una fascia di nuovi proprietari che avevano potuto acquistare a prezzi estremamente favorevoli proprietà espropriate che in precedenza erano appartenute ad istituzioni ecclesiastiche. Ma questo non era bastato ad introdurre una mentalità imprenditrice che valesse a colmare almeno in parte il divario di conoscenze e di pratiche che ormai divideva le aree meridionali dello Stato da quelle settentrionali e tutto lo Stato da quelli dove l’agricoltura aveva già conosciuto la rivoluzione della meccanizzazione e delle nuove tecniche colturali. Mancavano poi le industrie che fossero in grado di trasformare le materie prime prodotte localmente e questo comportava una situazione permanentemente deficitaria della bilancia commerciale perché si esportavano i prodotti dell’agricoltura e si importavano gli stessi prodotti lavorati.

            Non fu sufficiente, come del resto avveniva in quasi tutti gli stati italiani, introdurre una rigida politica protezionistica perché “il settore <secondario> dell’economia restava in gran parte chiuso nelle sue strutture antiquate, anche laddove conservava qualche importanza. Per esempio la lavorazione del ferro, che aveva consentito in passato di soddisfare nei piccoli o meno piccoli opifici locali il fabbisogno di utensili agricoli e di pezzi per armi, macchine, carriaggi, ecc. ma che animava anche una certa esportazione verso il Napoletano, era sempre più esigua a fronte dell’offerta di più perfezionati prodotti d’Oltralpe. Dall’estero venivano in misura crescente i tessuti di lana, cotone, lino, persino quelli di seta, spesso ricavati – con grande ed inutile scandalo della pubblicistica – dalla lavorazione di greggio proveniente dai territori pontifici, mentre le fabbriche locali stentavano ad aggiornare le tecniche, le maestranze, i costi all’andamento della concorrenza. Prosperavano solo singoli settori dell’estrazione di minerali – come zolfo e allume – o settori manifatturieri molto specializzati, dai cordami anconetani all’oreficeria romana. La dominazione napoleonica era passata in modo troppo rapido per poter incidere fin sulla struttura del settore manifatturiero: qui aveva promosso una industria, lì ne aveva rovinata un’altra, senza suscitare una maturazione nell’imprenditorialità, nei capitali, nelle maestranze, nelle infrastrutture, capace di avviare un rinnovamento sostanziale. La restaurata economia e società pontificia restava essenzialmente agricolo-commerciale, sia pure con le differenze di grado e di qualità che da provincia a provincia crescevano” (Alberto Caracciolo, Da Sisto V a Pio IX in  Mario Caravale, Alberto Caracciolo, Lo Stato pontificio da Martino V a Pio IX, Torino, Utet, 1978, p. 605).

            Una valutazione della <ricchezza nazionale> elaborata sui dati relativi al 1835 affermava che il 55% del totale era dato dalla proprietà fondiaria in agricoltura, il 7% dagli investimenti in agricoltura mentre l’industria incideva per l’1%, i trasporti e la marina per un altro 1%: un paese quindi dominato dall’economia agraria che era imperniata intorno alla produzione di frumento, granturco e altri cereali che costituivano, negli anni migliori, anche la voce più importante delle esportazioni agricole oltre alla lana, al legname e ad alcuni prodotti più diffusi nella parte settentrionale dello Stato pontificio come la canapa, la seta e il riso.

            L’avvento di Pio IX (Giovanni Mastai Ferretti, 1846-1878) accade in un momento cruciale della storia italiana e di quella europea. E la fama che questo prelato si era acquistato, la sua origine dalla parte più avanzata economicamente e politicamente dello Stato (le Legazioni), le sue prime decisioni sembrano giustificare il clima di favore che accompagnò la sua elezione e l’avvio del pontificato. Le vicende politiche legate a Pio IX rinviano direttamente ai moti del Risorgimento, alla difesa del territorio dello Stato dall’aggressione piemontese, al rinchiudersi del Pontefice all’interno delle mura vaticane quando l’esercito dello Stato italiano, nel settembre 1870, occupa Roma e quando, poco dopo, Roma diviene capitale dello Stato unitario retto dalla monarchia sabauda.

            L’ultima fase della storia economica dello Stato pontificio si lega strettamente alle vicende immediatamente successive che individuano la situazione economica dello Stato unitario per la parte che ci interessa più da vicino e cioè lo stato dell’economia del territorio a nord di Roma, in quella che era la Provincia del Patrimonio, poi Delegazione di Viterbo e Civitavecchia,  con i governi dei Distretti di Viterbo,  Orvieto e di Civitavecchia (come indicava la riforma di Leone XII del 1827).

             Negli ultimi due decenni della storia dello Stato pontificio non vi furono significative innovazioni sul piano delle decisioni di politica economica e su quello degli interventi attuati. Si avviò l’intervento di bonifica dei terreni paludosi nella zona di Osta e di Porto, nelle immediate vicinanze di Roma. Negli anni 1852-1853 la diffusione di una infezione crittogamica della vite portò all’annullamento di questo prodotto da quelli destinati all’esportazione, dopo pochi anni che la malattia del baco da seta aveva arrestato lo sviluppo di quel settore dell’agricoltura innovativa. Nel 1849 il governo pontificio diede un nuovo ordinamento legislativo al sistema degli usi civici (con disposizioni che mantennero il loro valore anche dopo l’Unità, sino al 1888), producendo l’esclusione dal godimento di quei diritti di pascolo, di semina, di legnatico da parte dei braccianti e dei contadini più poveri, centinaia di migliaia di ettari di terreno sotto la giustificazione che, in tal modo, quei terreni potevano essere più razionalmente sfruttati. In effetti non esisteva nel Lazio un certo di proprietari-imprenditori e l’effetto di quella legislazione fu, in molti casi, quello di rendere ancor più povera la popolazione delle aree rurali (sul tema degli usi civici si possono leggere le pagine tratte da L’erba dei poveri di M. Caffiero).

            Nel campo dei trasporti una più accentuata attenzione fu rivolta alla creazione di un sistema di trasporto su rotaia, nelle Legazioni e intorno a Roma (nel 1859 esisteva una rete di circa 700 chilometri di ferrovie) che richiamò anche investitori stranieri.

            Il 2 ottobre 1870 il plebiscito che si svolse in tutto il Lazio pontificio per l’annessione di questo territorio al Regno d’Italia sanciva, con il voto favorevole di 133.681 votanti e quello contrario di 1.507 la definitiva cancellazione dello Stato pontificio dalla carta politica d’Italia.

 

Bibliografia di riferimento:

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G. Curis, Usi civici, proprietà collettive, latifondi nell’Italia centrale, Napoli 1917

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Enzo Piscitelli, La riforma di Pio VI e gli scrittori economici romani, Milano, Feltrinelli 1958

Luigi Dal Pane, Lo Stato pontificio e il movimento riformatore nel Settecento, Milano, Giuffré, 1959

Raffaele Colapietra, La politica economica della restaurazione romana, Napoli, 1966

Riformatori delle antiche Repubbliche, dei Ducati, dello Stato pontificio e delle Isole, a cura di F. Venturi, Milano-Napoli, Ricciardi, 1966

Franco Venturi, Settecento riformatore, vol. I: Da Muratori a Beccarla; vol. II: La Chiesa e la Repubblica dentro i loro limiti 1758-1774, Torino, Einaudi, 1969-1976

Carlo Maria Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, Bologna Il Mulino, 1974

Mario Caravale, Alberto Caracciolo, Lo Stato pontificio da Martino V a Pio IX, Torino, Utet, 1978

Jean-Claude Maire Vigueur, Les paturages de l’Eglise et la Douane du bétail dans la Province du Patrimonio. XIV-XV siècles, Roma, Istituto di studi romani, 1981

Marina Caffiero, L’erba dei poveri. Comunità rurale e soppressione degli usi collettivi nel Lazio (secoli XVIII-XIX), Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1982

Paolo Prodi, Il sovrano pontefice. Un corpo e due anime: la monarchia papale nella prima età moderna, Bologna, Il Mulino, 1982

Giacomo Bandino Zenobi, Le “ben regolate città”: modelli politici nel governo delle periferie pontificie in età moderna, Roma Bulzoni 1994

Jean Delumeau, L'allume di Roma: 15-19 secolo, 2 ed. riv., Allumiere, Comunità montana "Monti della Tolfa", 2003.